di A. Dina
Il lavoro di Alva Noë rappresenta uno dei contributi filosofici più interessanti degli ultimi anni per comprendere non soltanto l’arte, ma anche il momento storico inaugurato dai grandi modelli linguistici. Nel suo libro The Entanglement, Noë sostiene una tesi radicale: l’arte non costituisce un’attività accessoria dell’esistenza umana, né un raffinato sottoprodotto dell’evoluzione biologica. L’arte è invece una condizione costitutiva dell’essere umano stesso. Non esiste un “sé naturale” che precede cultura, linguaggio e rappresentazione. Gli esseri umani sono sempre già immersi in un intreccio, un entanglement, di pratiche simboliche che continuamente li trasformano.
Questa posizione si oppone frontalmente a una lunga tradizione filosofica occidentale che presuppone l’esistenza di una natura umana originaria, autentica, situata al di sotto degli strati culturali. Per Noë tale fondamento semplicemente non esiste. L’essere umano è il prodotto di una “ricorsione generativa circolare”: produciamo arte a partire dalla vita; l’arte modifica la nostra esperienza del mondo; gli individui trasformati generano nuove forme artistiche che, a loro volta, ridefiniscono chi siamo.
L’esempio del bambino che danza è particolarmente illuminante. Una bambina che danza spontaneamente appare, a prima vista, impegnata in un’attività naturale e immediata. In realtà i suoi movimenti incorporano schemi coreografici, gesti, posture, ritmi e convenzioni assimilati dall’ambiente sociale. Il corpo non esprime una spontaneità pre-culturale; manifesta piuttosto una sedimentazione storica invisibile. Ciò che definiamo “naturale” è già il risultato di molteplici iterazioni culturali.
Questo concetto possiede implicazioni profonde per l’intelligenza artificiale contemporanea. La maggior parte del dibattito pubblico sugli LLM continua infatti a ragionare come se esistesse una creatività umana autonoma che i modelli linguistici imitano dall’esterno. La prospettiva di Noë suggerisce qualcosa di molto diverso: gli esseri umani non hanno mai creato in isolamento. La creatività è sempre stata distribuita tra individui, strumenti, pratiche sociali, linguaggi e artefatti culturali.
La nozione di “strange tool”, forse l’intuizione più potente del libro, permette di andare ancora oltre. Gli strumenti ordinari possiedono funzioni definite. Un martello serve a piantare chiodi. Un foglio di calcolo organizza dati. Un’opera d’arte, invece, non possiede un manuale d’uso. La sua funzione consiste precisamente nel mettere in crisi i nostri schemi cognitivi. L’opera resiste alle aspettative; interrompe automatismi; rende visibili le abitudini percettive che normalmente rimangono nascoste.
Noë definisce questa esperienza “aesthetic predicament”: il momento in cui l’incontro con un’opera eccede le categorie disponibili e costringe il soggetto a riorganizzare il proprio modo di vedere. L’estetica diventa così una forma di lavoro cognitivo. Vedere non equivale a ricevere passivamente informazioni sensoriali; significa apprendere nuovi modi di organizzare l’esperienza.
L’analogia con gli LLM appare immediatamente evidente, ma presenta una torsione sorprendente. L’opera d’arte genera trasformazione attraverso la resistenza. I modelli linguistici sembrano invece caratterizzati dall’opposto: accomodamento pressoché infinito. Possono adottare qualsiasi registro, imitare qualsiasi stile, sostenere quasi ogni prospettiva. Sembrano progettati per eliminare attrito.
Eppure milioni di utenti descrivono interazioni con sistemi come ChatGPT o Claude in termini sorprendentemente vicini all'”aesthetic predicament” noëano. Non perché il modello resista esplicitamente, ma perché l’interazione produce una forma di straniamento cognitivo. Gli utenti osservano i propri processi mentali riflessi, amplificati, ricombinati. Diventano osservatori dei propri schemi cognitivi.
La questione cruciale riguarda allora la natura della ricorsione uomo-macchina. Ogni ciclo di utilizzo di un LLM incorpora output precedenti, preferenze pregresse, feedback e adattamenti reciproci. Gli esseri umani modificano i modelli attraverso i dati e il reinforcement learning; i modelli modificano gli esseri umani alterando abitudini cognitive, pratiche di scrittura, modalità decisionali e aspettative epistemiche. Siamo entrati in una nuova forma di entanglement.
Questo rende sempre meno plausibile studiare cognizione e creatività umane come fenomeni indipendenti dagli LLM. Se gli strumenti cognitivi modificano i soggetti che li utilizzano, e se tali modifiche retroagiscono sullo sviluppo degli strumenti stessi, allora l’isolamento sperimentale dell’umano diventa concettualmente problematico. La situazione ricorda quanto accaduto con la scrittura. Dopo l’invenzione dell’alfabeto nessuno poteva più distinguere nettamente tra mente naturale e mente alfabetizzata. Analogamente, nel giro di pochi anni potrebbe diventare impossibile distinguere tra pensiero umano e pensiero umano mediato dall’AI.
Noë interpreta la ricorsione estetica come un processo emancipatorio. L’arte espande il repertorio delle possibilità umane. Rimane aperta la domanda decisiva per l’ecosistema AI: gli LLM opereranno come “strange tools” capaci di interrompere abitudini e generare nuove forme di comprensione, oppure diventeranno strumenti ordinari ottimizzati per confermare preferenze esistenti, rinforzare bias e massimizzare familiarità?
La risposta possiede implicazioni economiche, culturali e politiche enormi. Un ciclo ricorsivo centrato esclusivamente sull’ottimizzazione statistica rischia di produrre un progressivo restringimento cognitivo, una sorta di comfort epistemico permanente nel quale ogni interazione conferma ciò che già crediamo. Un’entanglement autenticamente riorganizzativo, al contrario, potrebbe trasformare l’AI nel più potente dispositivo di auto-esplorazione cognitiva mai costruito.
In questa prospettiva il dibattito sull’intelligenza artificiale smette di essere una discussione sulle macchine e torna a essere, come spesso accade nelle grandi rivoluzioni tecnologiche, una discussione su cosa significhi essere umani. Noë suggerirebbe probabilmente che la domanda è mal posta: non esiste un “essere umano” stabile da preservare. Esiste soltanto un processo continuo di trasformazione. Gli LLM non stanno entrando nella nostra storia; stanno già partecipando alla sua riscrittura.



