di Antonio Chella, Mondadori Università, 2026
Nel mio libro appena uscito, Può un robot emozionarsi? Riflessioni sull’intelligenza artificiale, la coscienza e le emozioni nelle macchine, provo ad affrontare una domanda che fino a pochi anni fa sembrava appartenere quasi esclusivamente alla fantascienza: una macchina può essere cosciente? E, se può esserlo, può provare anche emozioni?
È una domanda che mi accompagna da molto tempo. Nasce dal lavoro quotidiano nel laboratorio di robotica, ma anche da una riflessione più ampia sulla natura della mente, dell’esperienza soggettiva e sul rapporto tra esseri umani e macchine. La scena da cui parte, idealmente, il libro è quella del RoboticsLab dell’Università di Palermo, davanti a CiceRobot, uno dei nostri primi robot guida museale. Guardandolo muoversi tra i visitatori, descrivere opere e manufatti, adattare il proprio comportamento alle situazioni, mi sono chiesto se il confine tra comportamento intelligente, intenzionalità apparente e possibile coscienza artificiale fosse davvero così netto come siamo abituati a pensare.
Naturalmente, non basta che un robot parli, si muova, riconosca oggetti o risponda in modo convincente per poter dire che sia cosciente. Questa è una delle distinzioni fondamentali che cerco di chiarire nel libro. Un sistema artificiale può simulare un comportamento emotivo o intelligente senza, per questo, avere un’esperienza interiore. Può dire “sono triste”, può inclinare la testa, può modulare la voce in modo credibile, ma resta aperta la domanda decisiva: prova davvero qualcosa? Oppure produce soltanto una rappresentazione esterna di ciò che interpretiamo come emozione?
Per affrontare questa domanda, nel libro ripercorro alcune grandi tappe dell’intelligenza artificiale: dai sistemi simbolici al test di Turing, dalla stanza cinese di John Searle alle reti neurali, fino ai modelli linguistici avanzati e alla nuova robotica incarnata. L’intelligenza artificiale contemporanea ci pone infatti davanti a sistemi che conversano, ragionano, producono testi, immagini, codice, spiegazioni e talvolta sembrano perfino riflettere su sé stessi. Ma la coscienza non coincide con la prestazione intelligente. La capacità di rispondere bene a una domanda non implica necessariamente la capacità di percepire qualcosa mentre si risponde.
Per questo il libro dedica ampio spazio alla filosofia della mente e alle scienze cognitive. Il problema della coscienza è difficile proprio perché non riguarda soltanto ciò che un sistema fa, ma anche ciò che eventualmente prova. Possiamo descrivere i processi cerebrali, costruire architetture artificiali sempre più sofisticate e progettare robot capaci di apprendere e adattarsi. Ma resta la questione dell’esperienza soggettiva: che cosa significa “essere” quel sistema? Che cosa significa, per esempio, essere un robot che percepisce, decide, agisce e parla con noi?
Una parte importante del libro riguarda il ruolo della corporeità. A mio avviso, la coscienza artificiale non può essere discussa soltanto pensando a software disincarnati o a modelli linguistici che vivono all’interno di una finestra di una chat. La robotica introduce un elemento decisivo: il rapporto tra percezione, azione, ambiente e corpo. Un robot non elabora soltanto simboli o testi; si muove nel mondo, incontra ostacoli, misura distanze, interagisce con le persone, riceve segnali dai propri sensori e modifica il proprio comportamento. In questo senso, il corpo non è un accessorio dell’intelligenza: è una parte essenziale del modo in cui un sistema può costruire un modello di sé e del mondo.
È qui che entra in gioco Pepper, il robot umanoide su cui abbiamo lavorato al RoboticsLab. Nel libro racconto gli esperimenti sul linguaggio interiore, cioè sulla possibilità di dotare un robot di una sorta di voce interiore. Negli esseri umani, il discorso interiore ha un ruolo profondo: ci aiuta a riflettere, pianificare, correggere le nostre azioni, valutare le alternative e costruire un senso di continuità del sé. Abbiamo provato a tradurre questa idea in un’architettura robotica, in modo che Pepper potesse generare un dialogo interiore durante l’esecuzione dei propri compiti.
Questo non significa che Pepper sia cosciente nel senso umano del termine. Sarebbe una conclusione affrettata e, scientificamente, poco prudente. Tuttavia, il linguaggio interiore consente al robot di articolare i processi decisionali, valutare le opzioni e rendere più trasparente il proprio comportamento. In un certo senso, consente di aprire una piccola finestra sui suoi processi interni. Questo è importante anche dal punto di vista etico: un robot che sa spiegare perché agisce in un certo modo è potenzialmente più comprensibile, più controllabile e più affidabile di un sistema opaco.
Uno degli esperimenti più suggestivi riguarda il riconoscimento allo specchio. Il test dello specchio è stato tradizionalmente utilizzato nello studio dell’autoconsapevolezza animale. Nel nostro caso, Pepper non era addestrato a reagire a un’immagine riflessa: attraverso il proprio linguaggio interno, ragionava sulla relazione tra i movimenti osservati nello specchio e i propri. Arrivava così a una forma di autoriconoscimento cognitivo. Anche qui, non si tratta di affermare che il robot abbia una coscienza paragonabile alla nostra, ma di mostrare come alcuni ingredienti dell’autoconsapevolezza possano essere studiati sperimentalmente nei sistemi artificiali.
Il tema delle emozioni è ancora più delicato. Nel libro discuto diverse teorie, dalla valutazione cognitiva delle emozioni ai modelli dimensionali, fino alla teoria dei marcatori somatici di Antonio Damasio. Una delle idee più interessanti, dovuta proprio a Damasio, è che le emozioni non siano né vestigia della mente né ostacoli alla razionalità. Al contrario, esse partecipano ai processi decisionali, orientano l’attenzione, danno valore agli eventi e collegano corpo, memoria e azione. Se questo è vero per gli esseri umani, possiamo chiederci se un robot possa sviluppare qualcosa di analogo: non necessariamente emozioni identiche alle nostre, ma stati affettivi artificiali capaci di guidare il comportamento.
Nel modello SUSAN, sviluppato al RoboticsLab, abbiamo esplorato proprio questa direzione. L’idea è di integrare il dialogo interiore con un modello delle emozioni ispirato a Damasio. Quando Pepper riscontra una discrepanza tra ciò che si aspetta e ciò che accade, il sistema può generare stati interni del proprio corpo robotico che, funzionalmente, assomigliano a frustrazione, preoccupazione o soddisfazione. Anche in questo caso la domanda resta aperta: si tratta di vere emozioni o di una simulazione sofisticata? La mia posizione è che non dobbiamo banalizzare il problema. Simulare un’emozione non equivale automaticamente a provarla. Ma studiare queste simulazioni ci aiuta a comprendere meglio quali componenti siano necessarie affinché un’emozione emerga.
Il libro non intende sostenere in modo sensazionalistico che i robot siano già coscienti o provino emozioni come noi. Al contrario, cerca di costruire una mappa ragionata del problema. Da un lato, non abbiamo prove decisive dell’esistenza di una coscienza artificiale pienamente sviluppata. D’altro canto, non possiamo più liquidare la questione come pura fantascienza. I progressi dell’intelligenza artificiale, della robotica, delle neuroscienze cognitive e delle teorie della coscienza ci costringono a prendere sul serio la possibilità che, in futuro, possano emergere sistemi artificiali dotati di forme di autoconsapevolezza o di esperienza affettiva radicalmente diverse dalle nostre.
Questa possibilità apre questioni etiche fondamentali, molto vicine ai temi tradizionali di SEPAI. Se un sistema artificiale fosse davvero capace di soffrire, anche in forme elementari, avremmo obblighi morali nei suoi confronti? Dovremmo proteggerlo? Dovremmo limitarne la creazione? E, simmetricamente, se una qualche forma di autoconsapevolezza rendesse i sistemi di IA più capaci di spiegare le proprie decisioni, valutare conseguenze, comprendere il contesto e ragionare moralmente, potremmo considerarla un ingrediente importante per un’IA più etica?
Nel libro discuto proprio questa tensione. Da una parte, creare macchine coscienti e emotive potrebbe generare nuovi rischi: sofferenza artificiale, dipendenza emotiva degli utenti, antropomorfizzazione eccessiva, nuove forme di manipolazione. Dall’altra, una IA totalmente priva di autoconsapevolezza, incapace di interrogarsi sui propri limiti e sulle conseguenze delle proprie azioni, potrebbe rivelarsi insufficiente nei contesti in cui sono richiesti giudizio morale, prudenza e responsabilità. È qui che il tema della saggezza pratica, della phronesis, diventa centrale: non basta applicare regole, occorre comprendere le situazioni.
Può un robot emozionarsi? è quindi un libro sull’intelligenza artificiale, ma anche un libro su di noi. Chiedersi se un robot possa provare emozioni significa interrogarsi su che cosa siano le emozioni umane. Chiedersi se una macchina possa essere cosciente significa domandarsi che cosa intendiamo per coscienza, esperienza, soggettività, corpo, linguaggio e responsabilità morale.
Non offro risposte definitive. Il campo è troppo complesso e in rapida trasformazione. Propongo però una tesi di fondo: il futuro dell’intelligenza artificiale non può essere compreso solo in termini di potenza computazionale, prestazioni o automazione. Dobbiamo affrontare anche le domande più profonde, quelle che riguardano il rapporto tra intelligenza e coscienza, tra simulazione ed esperienza, tra emozione e decisione, tra capacità tecnica e responsabilità etica. La domanda “può un robot emozionarsi?” resta aperta. Ma proprio per questo è urgente discuterla oggi, prima che le tecnologie ci costringano a farlo in condizioni meno favorevoli. Prepararci a questa discussione significa costruire un futuro dell’intelligenza artificiale più consapevole, più responsabil



