di Emanuela Logozzo
Policy on the AI Exponential, il saggio che Dario Amodei ha pubblicato il 10 giugno 2026, si apre con un’immagine tolkieniana: i due hobbit che tentano di destare Barbalbero, l’antico ente arboreo del Signore degli Anelli, perché difenda la propria foresta da un esercito che la sta abbattendo, e che si scontrano con la sua lentezza, poiché quell’essere impiega un giorno intero anche solo per salutare un altro albero. Amodei adopera la scena per descrivere il rapporto fra intelligenza artificiale e istituzioni politiche: la tecnologia avanza lungo una curva esponenziale, la legislazione procede al ritmo deliberativo che le è proprio, e fra i due tempi si apre una distanza che l’autore definisce “dolorosa”. Il saggio si propone di colmarla e segna, al tempo stesso, un cambio di posizione: per circa tre anni la linea pubblica di Anthropic era stata la trasparenza, l’obbligo cioè di dichiarare procedure, test e incidenti rinviando la regolazione vincolante; ora, scrive Amodei, i rischi sono presenti e occorre passare a regole serie e vincolanti. È una tesi costruita sull’esperienza statunitense, e proprio per questo conviene metterla alla prova dal punto di osservazione europeo, dove una parte di ciò che il saggio annuncia come futuro è già diritto vigente, e dove la storia recente racconta qualcosa che la metafora di apertura non prevede.
Va isolata la premessa che regge l’intero impianto, perché è anche la più esposta. Amodei sostiene che le leggi di scala dell’IA, la relazione fra potenza di calcolo e capacità cognitive generali documentata a partire dal lavoro di Kaplan e colleghi del 2020, abbiano oltre un decennio di evidenza empirica alle spalle, e che basti il loro prolungarsi per uno o due anni perché si realizzi ciò che egli chiama Powerful AI, sintetizzata nella formula divenuta celebre di “un paese di geni in un datacenter”. Ogni proposta discende da questa previsione, e qui si annida la fragilità: una regolarità misurata sul passato non garantisce il futuro, e la distanza fra una legge empirica osservata e una proiezione a ventiquattro mesi è lo spazio in cui si concentrano le obiezioni più serie.
Sul piano propositivo il saggio si articola in cinque domini. Il primo, e anche il più concreto, riguarda la sicurezza pubblica, Amodei propone di modellare la regolazione dei sistemi di frontiera sull’esempio di agenzie come la Federal Aviation Administration, sottoponendo i modelli che superano una soglia di calcolo a test obbligatori condotti da terze parti su quattro ambiti di rischio: cybersicurezza, armi biologiche, perdita di controllo e ricerca automatizzata, e attribuendo ai governi il potere di bloccarne o revocarne il rilascio in caso di esito negativo. , Secondo lo schema dei mercati regolatori teorizzato da Gillian Hadfield e Jack Clark, quest’ultimo oggi a capo delle politiche pubbliche di Anthropic, la verifica potrebbe spettare a un’agenzia pubblica oppure a soggetti privati autorizzati e ispezionati dallo Stato. Gli altri quattro domini estendono il medesimo disegno, il governo della disoccupazione tecnologica attraverso misurazione, incentivi e, nello scenario più severo, sostegno al reddito; la riforma delle agenzie del farmaco perché non diventino il collo di bottiglia di un’accelerazione scientifica attesa massiccia; la difesa delle libertà civili da un uso autoritario dei sistemi autonomi e della sorveglianza; infine una coalizione di democrazie attorno al controllo della filiera dei semiconduttori.
Letta da Bruxelles, la prima proposta perde gran parte della sua novità, perché è già legge. Il Regolamento (UE) 2024/1689, l’AI Act, in vigore dal primo agosto 2024, applica dal 2 agosto 2025 il capo dedicato ai modelli per finalità generali e fissa una soglia di calcolo, pari a dieci alla venticinquesima potenza di operazioni in virgola mobile, oltre la quale un modello si presume portatore di rischio sistemico e va notificato all’Ufficio europeo per l’IA; ai fornitori di tali modelli il Regolamento impone di valutare e mitigare i rischi sistemici, di condurre test antagonisti, di segnalare gli incidenti gravi e di garantire adeguati presidi di cybersicurezza, e i suoi considerando indicano fra quei rischi proprio l’abbassamento delle barriere alle armi chimiche e biologiche e la perdita di controllo sui modelli autonomi, due delle quattro categorie che Amodei pone al centro della sua proposta. L’architettura, però, è diversa per natura: non la verifica preventiva di un singolo organismo sul modello dell’aviazione, ma un regime orizzontale e basato sul rischio, affidato a un’autorità pubblica e accompagnato da un Codice di buone pratiche pubblicato il 10 luglio 2025 e formalmente volontario, anziché ai mercati regolatori di valutatori privati che Amodei predilige.
Ciò che l’Europa offre di più istruttivo, tuttavia, non è la regola ma l’apparato di criteri che la precede, ed è qui che il confronto con il saggio diventa fecondo. Prima ancora di stabilire quali modelli vadano testati, la Commissione ha dovuto definire che cosa sia un sistema di intelligenza artificiale: le linee guida adottate il 6 febbraio 2025 scompongono la nozione in sette elementi, dal carattere automatizzato all’autonomia, dall’inferenza alla capacità di incidere su ambienti fisici o virtuali, e lo fanno con una flessibilità dichiarata, pensata per accompagnare un’evoluzione tecnologica rapida, escludendo al contempo intere classi di strumenti, dalla semplice elaborazione di dati alle euristiche classiche ai predittori banali. Sul versante della pericolosità, la bozza di linee guida sulla classificazione ad alto rischio ai sensi dell’articolo 6, in consultazione nel 2026, costruisce l’intera valutazione attorno alla finalità prevista del sistema e introduce un principio che parla direttamente al cuore del dibattito sollevato da Amodei: un fornitore non può sottrarsi alla classificazione come ad alto rischio limitandosi a dichiarare nelle condizioni d’uso che certi impieghi sono esclusi, se la presentazione complessiva, gli esempi e il posizionamento del prodotto promuovono di fatto quegli impieghi. La descrizione del sistema, in altre parole, concorre giuridicamente a determinarne il rischio, e chi modifica la finalità di un modello generale fino a renderlo ad alto rischio ne assume gli obblighi di fornitore. È la traduzione normativa di un’intuizione che la stessa redazione di SEPAI aveva isolato nell’articolo del 15 giugno sul paradosso del “regulate us”: nell’IA contemporanea il modo in cui un sistema viene raccontato non è separabile dalla sua qualificazione regolatoria.
In questo quadro l’Italia è stata, fra gli Stati membri, la prima a dotarsi di una legge nazionale di adeguamento, la Legge 23 settembre 2025, n. 132, che designa l’Agenzia per l’Italia digitale come autorità di notifica e l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale come autorità di vigilanza del mercato, con poteri ispettivi e sanzionatori, e che istituisce, fra l’altro, un osservatorio sull’impatto dell’IA sul lavoro, vicino per spirito alla misurazione che il saggio raccomanda.
Eppure, è proprio l’orologio europeo, che la metafora di Amodei vorrebbe lento per natura, a raccontare la storia più sorprendente: dopo essersi mossa presto, l’Unione ha scelto di rallentare. Con il Digital Omnibus sull’IA, proposto dalla Commissione nel novembre 2025 e oggetto di un accordo politico provvisorio fra Parlamento e Consiglio il 7 maggio 2026, l’applicazione delle regole sui sistemi ad alto rischio è stata posticipata, dal 2 agosto 2026 al 2 dicembre 2027 per i sistemi autonomi dell’Allegato III e al 2 agosto 2028 per quelli incorporati in prodotti dell’Allegato I, perché gli standard tecnici, gli strumenti di conformità e perfino la designazione delle autorità nazionali non erano pronti, e in nome della semplificazione e della competitività. Le stesse linee guida della Commissione restano, del resto, non vincolanti, poiché l’interpretazione autorevole del Regolamento spetta soltanto alla Corte di giustizia. Non tutti hanno letto lo slittamento con favore: alcuni osservatori, fra cui Tech Policy Press e il Corporate Europe Observatory, vi hanno visto l’impronta della pressione industriale, ricordando che nel 2025 la larga maggioranza degli incontri della Commissione sull’argomento si è svolta con gruppi d’impresa. Comunque la si giudichi, la vicenda rovescia la metafora di apertura: l’ente non si è svegliato troppo lentamente, si è svegliato e poi ha deciso di muoversi piano, il che suggerisce che il vincolo non sia la velocità di reazione, ma la costruzione dei criteri e l’economia politica che li forma.
Vale la pena verificare almeno un pilastro sul terreno dei dati, perché è qui che il dibattito rischia di scivolare nella profezia. Il capitolo sul lavoro, che Amodei tiene a distinguere da ogni posa apocalittica, trova un riscontro parziale nello studio del Digital Economy Lab di Stanford firmato da Brynjolfsson, Chandar e Chen, che dai dati amministrativi di ADP ha ricavato un calo relativo dell’occupazione compreso fra il tredici e il sedici per cento per i lavoratori fra i ventidue e i venticinque anni nelle professioni più esposte all’IA, a fronte di una sostanziale stabilità per i più esperti; gli stessi autori, però, in un aggiornamento del febbraio 2026 hanno precisato che il calo diventa statisticamente robusto solo dal 2024. È un segnale precoce, non ancora una legge, ed è proprio ciò che l’osservatorio italiano e la misurazione invocata dal saggio dovrebbero servire a chiarire.
Su questo sfondo va letto l’episodio più rivelatore, che è un fatto e non un’opinione. Due giorni dopo l’uscita del saggio, il governo statunitense ha emesso una direttiva di export control che ha sospeso a livello mondiale l’accesso ai modelli Fable 5 e Mythos 5, invocando esattamente il tipo di autorità che Amodei aveva chiesto di istituire. L’episodio, già analizzato dalla redazione di SEPAI, mostra che quando l’istituzione agisce in fretta il problema non è più il ritardo, ma l’incertezza sui criteri, sulla base probatoria e sulla legittimità con cui un modello viene disattivato; ed è precisamente la domanda a cui l’apparato europeo, con le sue definizioni, le sue soglie e le sue classificazioni, prova a dare una risposta stabile, per quanto provvisoria e non vincolante.
È in questa domanda che il saggio di Amodei rivela insieme la propria lucidità e il proprio limite. Lucidità, perché descrive con rara chiarezza una tecnologia che ridefinisce la distribuzione del potere; limite, perché tratta come una questione di velocità ciò che è anzitutto una questione di criteri e di chi li stabilisce. Luciano Floridi, la cui opera è in questi mesi al centro del dibattito europeo, ha mostrato da tempo che la governance del digitale non si esaurisce nella regolazione, poiché la legge è condizione necessaria ma non sufficiente: accanto alla hard ethics, la riflessione morale che precede la norma e dovrebbe contribuire a darle forma, opera una soft ethics che riguarda ciò che è giusto fare al di là dell’obbligo. L’apparato europeo è, nella sua parte migliore, un tentativo di costruire quei criteri, ma la sua provvisorietà, la sua non vincolatività e i suoi rinvii dimostrano che i criteri non sono un dato tecnico né una questione di orologi, bensì una costruzione politica e morale soggetta a pressioni e ripensamenti. Quando spegnere un modello diventa un atto di policy che si compie in due giorni, la garanzia non sta nella rapidità della decisione, e nemmeno nella sua sola legalità, ma nella qualità e nella legittimità dei criteri che la giustificano.
Riferimenti
- Dario Amodei, Policy on the AI Exponential, darioamodei.com, 10 giugno 2026. https://darioamodei.com/post/policy-on-the-ai-exponential
- Jared Kaplan et al., Scaling Laws for Neural Language Models, arXiv:2001.08361, 2020. https://arxiv.org/abs/2001.08361
- Regolamento (UE) 2024/1689 del Parlamento europeo e del Consiglio del 13 giugno 2024 (AI Act), in vigore dal 1° agosto 2024; obblighi sui modelli per finalità generali applicabili dal 2 agosto 2025. https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2024/1689/oj
- Commissione europea, Commission Guidelines on the definition of an artificial intelligence system established by Regulation (EU) 2024/1689 (AI Act), C(2025) 924 final, 6 febbraio 2025.
- Commissione europea, Draft Commission guidelines on the classification of high-risk AI systems under Article 6 of Regulation (EU) 2024/1689 (AI Act), bozza per consultazione degli stakeholder, 2026 (con Allegato relativo all’Annex III).
- Commissione europea, General-purpose AI models in the AI Act – Questions and Answers, digital-strategy.ec.europa.eu. https://digital-strategy.ec.europa.eu/it/faqs/general-purpose-ai-models-ai-act-questions-answers
- Commissione europea, General-Purpose AI Code of Practice, 10 luglio 2025.
- Digital Omnibus sull’IA: proposta della Commissione europea, novembre 2025; accordo politico provvisorio di Parlamento e Consiglio, 7 maggio 2026 (Consiglio dell’UE, comunicato stampa). https://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2026/05/07/artificial-intelligence-council-and-parliament-agree-to-simplify-and-streamline-rules/
- Legge 23 settembre 2025, n. 132, Disposizioni e deleghe al Governo in materia di intelligenza artificiale, in vigore dal 10 ottobre 2025.
- Agenzia per l’Italia Digitale (AgID), Intelligenza artificiale. https://www.agid.gov.it/it/ambiti-intervento/intelligenza-artificiale
- Erik Brynjolfsson, Bharat Chandar, Ruyu Chen, Canaries in the Coal Mine? Six Facts about the Recent Employment Effects of Artificial Intelligence, Stanford Digital Economy Lab, agosto 2025 (con aggiornamento del febbraio 2026). https://digitaleconomy.stanford.edu/publications/canaries-in-the-coal-mine/
- Gillian K. Hadfield, Jack Clark, Regulatory Markets: The Future of AI Governance, arXiv:2304.04914, 2023; poi in Jurimetrics Journal, vol. 65, pp. 195–240, 2026. https://arxiv.org/abs/2304.04914
- Luciano Floridi, Soft Ethics and the Governance of the Digital, in Philosophy & Technology, vol. 31, n. 1, pp. 1–8, 2018. https://doi.org/10.1007/s13347-018-0303-9
- Luciano Floridi, Il verde e il blu. Idee ingenue per migliorare la politica, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2020.
- Redazione SEPAI, Anthropic, regolazione e il paradosso del “regulate us”: quando il marketing diventa infrastruttura normativa, SEPAI International, 15 giugno 2026. https://www.sepai-international.org/anthropic-regolazione-e-il-paradosso-del-regulate-us-quando-il-marketing-diventa-infrastruttura-normativa/
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