di A. Dina
La questione più difficile che l’intelligenza artificiale pone alla filosofia non riguarda la possibilità che le macchine diventino intelligenti quanto gli esseri umani. Riguarda il criterio con cui abbiamo deciso, fino a oggi, che cosa significhi essere intelligenti e, soprattutto, perché questa proprietà dovrebbe attribuirci una posizione privilegiata nei confronti degli altri esseri viventi., è una distinzione tutt’altro che accademica. Se la razionalità costituisce il fondamento della nostra superiorità morale, che cosa accade quando incontriamo forme di esistenza che possiedono capacità differenti dalle nostre? E se il linguaggio non fosse la condizione necessaria per riconoscere un soggetto, quanto della nostra tradizione filosofica sarebbe ancora sostenibile? INTERSPECIE, il libro di Alessandro Fusacchia pubblicato da Tlon il 23 settembre 2026, affronta queste domande attraverso una costruzione narrativa che attraversa sei epoche, mettendo in relazione animali, esseri umani, intelligenze artificiali e ipotetiche civiltà extraterrestri. Il risultato è un esperimento letterario che merita di essere considerato soprattutto per le implicazioni etiche delle questioni che solleva.
Il titolo contiene già una presa di posizione, INTERSPECIE significa spostare l’attenzione oltre il perimetro nel quale la cultura occidentale ha tradizionalmente collocato la propria identità. Consideriamo l’essere umano il riferimento privilegiato per interpretare il mondo, attribuendo valore alle altre forme di vita in funzione della loro utilità, della loro somiglianza con noi o della loro capacità di entrare nelle nostre categorie cognitive. Questa impostazione ha prodotto una gerarchia apparentemente naturale, ma filosoficamente problematica, la capacità di ragionare non coincide necessariamente con la capacità di provare dolore; l’assenza di linguaggio articolato non dimostra l’assenza di esperienza; la diversità cognitiva non costituisce, di per sé, una ragione per negare considerazione morale.
Il romanzo individua nel sogno di un traduttore universale il dispositivo attraverso cui esplorare questa difficoltà. L’idea è antica, da Leibniz, con il progetto di una caratteristica universale, fino alle moderne tecnologie di traduzione automatica, la ricerca di un linguaggio comune ha accompagnato la storia del pensiero. ma l’ambizione di tradurre tutto nasconde un problema che la tecnologia, da sola, non può risolvere: la traduzione di un messaggio non equivale alla comprensione dell’esperienza di chi lo produce. Possiamo conoscere il significato di una parola senza condividere il mondo nel quale quella parola è nata. Possiamo interpretare un comportamento senza conoscere le condizioni soggettive che lo determinano.
La distinzione emerge nell’episodio dedicato a San Francesco e al lupo., la tradizione francescana ha trasformato quell’incontro in una rappresentazione della riconciliazione tra uomo e natura. Ma il suo interesse filosofico è più profondo. Il lupo non dovrebbe essere considerato degno di attenzione perché Francesco riesce a stabilire una relazione con lui. La sua rilevanza morale precede il riconoscimento umano., è precisamente questo il passaggio che mette in discussione l’antropocentrismo: un essere non acquista valore perché diventa comprensibile ai nostri occhi.
La filosofia morale contemporanea ha affrontato il problema da prospettive differenti, Peter Singer ha individuato nella capacità di soffrire un criterio essenziale per considerare gli interessi degli animali, contestando il privilegio morale attribuito alla sola appartenenza alla specie umana. Martha Nussbaum ha sviluppato una riflessione sulle capacità fondamentali, sostenendo che ogni creatura debba poter realizzare le condizioni caratteristiche della propria forma di vita. Non si tratta di attribuire agli animali gli stessi diritti degli esseri umani, ma di riconoscere che la differenza biologica non autorizza automaticamente lo sfruttamento. Il valore morale non può essere stabilito attraverso una semplice graduatoria delle capacità cognitive.
In questo quadro, il confronto tra San Francesco e Papa Urbano VIII assume un significato ulteriore, la possibilità di comprendere un’altra specie può rappresentare un’apertura etica, ma anche una nuova forma di potere. Conoscere il linguaggio di un animale significa potenzialmente conoscere le sue preferenze, anticiparne le reazioni e intervenire sul suo comportamento. Il confine tra comprensione e controllo diventa sottile, la storia della modernità offre numerosi esempi di questa ambivalenza: la conoscenza scientifica ha ampliato le possibilità di emancipazione, ma ha anche reso più sofisticate le tecniche di dominio. La questione non è dunque se sia opportuno conoscere l’altro, bensì quali limiti debbano governare l’utilizzo di quella conoscenza.
Il personaggio di Nina, capace di comprendere tutte le lingue umane, porta il problema all’interno della stessa condizione umana. La sua capacità sembra risolvere il principale ostacolo alla comunicazione, ma lascia intatta una difficoltà fondamentale: comprendere ciò che qualcuno dice non significa necessariamente comprendere ciò che vive. La distinzione richiama una delle questioni centrali dell’ermeneutica filosofica in Gadamer, la comprensione non è una semplice operazione di decodifica, ma un processo nel quale gli orizzonti dell’interprete e dell’interlocutore entrano in relazione. Non esiste un osservatore completamente neutrale, così come non esiste una traduzione capace di trasferire integralmente l’esperienza originaria.
Questa considerazione conduce a un tema ancora più impegnativo, quello dell’alterità, la filosofia di Emmanuel Levinas ha insistito sul fatto che l’altro non può essere ridotto a un oggetto della nostra conoscenza. La responsabilità nei suoi confronti non dipende dalla possibilità di comprenderlo completamente è un’intuizione importante anche per l’etica delle tecnologie: la capacità di classificare una persona, prevederne le preferenze o ricostruirne il comportamento non conferisce automaticamente il diritto di decidere al suo posto. La conoscenza può aumentare il potere di intervento; non ne costituisce la giustificazione morale.
L’intelligenza artificiale rende questa distinzione particolarmente attuale, i modelli linguistici generativi sono ormai capaci di produrre testi complessi, interpretare documenti e sostenere conversazioni che, in numerosi contesti, risultano difficili da distinguere da quelle umane. Ma sarebbe un errore identificare la competenza linguistica con la coscienza. Un sistema può elaborare rappresentazioni linguistiche sofisticate senza che questo dimostri la presenza di un’esperienza soggettiva, la questione della coscienza artificiale rimane aperta e non può essere risolta attraverso dichiarazioni commerciali, impressioni degli utenti o semplici test di conversazione.
Occorre tuttavia evitare anche l’errore opposto, stabilire che un sistema non possiede caratteristiche umane non equivale a dimostrare che qualsiasi futura forma di intelligenza artificiale sia necessariamente priva di rilevanza morale. La filosofia della mente deve ancora affrontare il problema dei criteri attraverso i quali riconoscere un’esperienza cosciente. Il punto è mantenere una distinzione rigorosa tra ciò che possiamo osservare, ciò che possiamo inferire e ciò che rimane un’ipotesi. In questo senso, Interspecie offre uno spunto interessante: la comunicazione non dovrebbe diventare il criterio esclusivo attraverso cui attribuiamo dignità o riconosciamo una soggettività.
La vicenda degli umanoidi che sviluppano un linguaggio incomprensibile agli esseri umani e arrivano a vincere le elezioni introduce una questione di filosofia politica. Immaginiamo che una macchina sia in grado di elaborare decisioni pubbliche più efficaci delle istituzioni democratiche.dovremmo riconoscerle autorità sulla base dei risultati? La risposta richiede di distinguere l’efficienza dalla legittimità. Una decisione può essere tecnicamente ottimale e politicamente ingiustificabile. La democrazia non è una procedura per individuare il decisore più competente, ma un sistema nel quale il potere deve poter essere giustificato davanti a coloro che ne subiscono gli effetti.
Qui emerge una questione che riguarda direttamente l’attuale trasformazione delle istituzioni gli algoritmi partecipano già a processi decisionali che influenzano il credito, il lavoro e l’accesso ai servizi. Il rischio non consiste soltanto nell’errore del modello, ma nella progressiva separazione tra decisione e responsabilità. Quando un’amministrazione delega una valutazione a un sistema automatizzato, deve comunque poter spiegare le ragioni della scelta, identificare chi ne risponde e garantire la possibilità di contestarla, la trasparenza non è un requisito estetico della tecnologia. È una condizione della legittimità democratica.
La parte dedicata alla Guerra fredda e alla possibilità di comunicare con civiltà extraterrestri estende il ragionamento oltre i confini della nostra esperienza, la ricerca di un linguaggio comune attraverso la matematica presuppone che alcune strutture razionali possano essere condivise anche da intelligenze radicalmente differenti. Ma una base matematica comune non garantirebbe necessariamente una comprensione reciproca. Condividere un sistema di relazioni formali non significa condividere una concezione del bene, della responsabilità o della giustizia. Anche un’intelligenza extraterrestre potrebbe possedere una razionalità sofisticata senza avere alcuna ragione di riconoscere i nostri principi morali.
La nave spaziale che riunisce superstiti provenienti da epoche differenti riporta infine la questione a una dimensione più familiare. La distanza tra esseri umani non è soltanto biologica.è anche storica e culturale. Le generazioni possono condividere la stessa lingua e non riuscire più a condividere i significati. La continuità di una società dipende dalla possibilità di trasmettere conoscenze, ma anche dalla capacità di rimettere in discussione le proprie interpretazioni del mondo. La sopravvivenza materiale non garantisce quella culturale.
Il contributo più interessante del libro non consiste, a mio giudizio, nella previsione di un futuro nel quale uomini, animali e macchine potranno finalmente comunicare consiste nell’aver collocato al centro della narrazione una domanda che precede qualsiasi innovazione tecnologica: quali ragioni abbiamo per riconoscere valore a un essere diverso da noi? La risposta non può essere affidata alla somiglianza, perché trasformerebbe il riconoscimento morale in una forma di assimilazione. Non può neppure dipendere esclusivamente dall’intelligenza, perché non abbiamo ancora una definizione condivisa e sufficientemente solida di questa proprietà.
La filosofia morale non offre risposte semplici, ma impone di rendere espliciti i criteri delle nostre decisioni. È proprio questa esigenza che rende interessante il confronto tra interspecie e intelligenza artificiale, non dobbiamo attribuire automaticamente coscienza agli algoritmi, così come non dobbiamo negare rilevanza morale agli animali perché non parlano. dobbiamo invece riconoscere che la nostra capacità di giudicare ha limiti epistemici e che tali limiti producono conseguenze etiche.
Il traduttore universale, in definitiva, potrebbe essere un progetto meno ambizioso di quanto sembri. Non deve necessariamente eliminare ogni differenza, né trasformare ogni forma di vita in un interlocutore perfettamente decifrabile. Deve piuttosto aiutarci a costruire relazioni nelle quali la comprensione non diventi una pretesa di dominio. Perché la questione decisiva non è quanto lontano riusciremo a spingere l’intelligenza delle nostre macchine, ma se saremo capaci di sviluppare una concezione della responsabilità altrettanto avanzata una civiltà tecnologicamente evoluta non è necessariamente una civiltà moralmente migliore la differenza tra le due condizioni, oggi, merita molta più attenzione di qualsiasi promessa di intelligenza artificiale universale.



