My 2 Cents A. Dina
Ho trovato interessante la riflessione di Luciano Floridi sull’intelligenza artificiale, (https://bigthink.com/philosophy/3-philosophers-on-what-humans-should-never-give-up-to-ai/ di
Shai TubaliOctober 21, 2026) e forse anche qualcosa che non mi torna del tutto. Floridi ci invita a guardare non soltanto ciò che produciamo, ma anche chi lo ha prodotto, perché lo ha fatto e quale storia si nasconde dietro il risultato. Un orologio appartenuto a nostro nonno, per esempio, vale qualcosa che un orologio identico appena uscito dal negozio non possiede. Non necessariamente funziona meglio, non segna l’ora con maggiore precisione, ma è legato a una persona, a una memoria, a una parte della nostra esistenza, il suo valore non si esaurisce nelle caratteristiche materiali. Fin qui, direi, siamo tutti d’accordo.
Il problema comincia quando passiamo dagli oggetti che hanno una storia riconoscibile alle cose che incontriamo ogni giorno senza sapere quasi nulla della loro origine. Un articolo, una fotografia, una poesia, un’illustrazione. Se non sappiamo chi li ha realizzati, e se l’intelligenza artificiale è ormai capace di produrre risultati che non riusciamo a distinguere da quelli umani, su che cosa fondiamo il nostro giudizio? Possiamo continuare a sostenere che l’opera di una persona abbia un valore diverso da quella di una macchina, ma resta da capire come questo valore possa tradursi in qualcosa di concreto quando non siamo più in grado di riconoscere la differenza.
Floridi ha ragione quando dice che la provenienza conta ma dire che una cosa conta non significa ancora spiegare come possa continuare a contare in un mondo che rende sempre più difficile verificarla. Qui la questione filosofica diventa anche economica perché una cosa è attribuire valore a un’opera sapendo chi l’ha realizzata; un’altra è essere disposti a pagare quel valore quando non possiamo sapere se l’autore esista davvero, se abbia lavorato per mesi a quel risultato oppure se abbia ottenuto qualcosa di simile in pochi secondi attraverso un modello generativo.
Pensiamo a un testo: una persona può dedicare anni a sviluppare una voce, imparare a costruire un ragionamento, sbagliare, correggersi, cambiare idea. Un sistema di intelligenza artificiale può produrre un testo convincente senza aver attraversato nulla di tutto questo. Possiamo sostenere che i due risultati abbiano un significato diverso, perché soltanto uno è il prodotto di un’esperienza vissuta. Ma il lettore che li incontra sullo schermo, senza informazioni sull’origine, potrebbe non avere alcun motivo per preferire il primo al secondo. Se entrambi rispondono alla sua domanda, se sono altrettanto chiari e se nessuno dei due presenta errori evidenti, la differenza rischia di rimanere confinata a ciò che sappiamo in teoria, senza modificare la nostra scelta.
Non significa che il testo umano abbia perso ogni valore significa, a mio modesto parere, che il valore non è automaticamente riconosciuto da chi lo acquista o lo legge, è una distinzione meno poetica di quella proposta da Floridi, ma decisiva. Possiamo credere sinceramente che un’opera originale meriti di più e, nello stesso tempo, non essere disposti a pagare il sovrapprezzo necessario per verificarne l’autenticità. Le nostre convinzioni e i nostri comportamenti non sempre vanno nella stessa direzione. Il mercato, del resto, non è un seminario di filosofia: se non riesce a distinguere due prodotti, tende a confrontarli sulla base delle caratteristiche che può osservare.
In economia questa situazione ricorda il problema dei lemons, descritto da George Akerlof nel 1970. Quando chi compra non riesce a distinguere i prodotti di qualità superiore da quelli inferiori, può decidere di pagare un prezzo che riflette una qualità media. Chi vende un prodotto migliore non riesce più a ottenere il riconoscimento economico che meriterebbe e, a un certo punto, potrebbe smettere di offrirlo. Applicato all’intelligenza artificiale, il meccanismo è facile da immaginare. Se un articolo generato in pochi secondi appare altrettanto valido di uno scritto dopo settimane di ricerca, e il lettore non dispone di strumenti affidabili per distinguerli, perché dovrebbe pagare di più per il secondo?
Il risultato non è necessariamente la scomparsa della scrittura umana, è qualcosa di più sottile: la difficoltà di remunerarla proprio per quelle qualità che vorremmo continuare a riconoscerle. Il problema non è che la macchina sia diventata umana, ma che il mercato potrebbe non avere più bisogno di sapere se lo sia. La distinzione ontologica rimane, mentre quella commerciale perde efficacia.
Si potrebbe richiamare anche la legge di Gresham, secondo cui la moneta cattiva tende a scacciare quella buona quando entrambe vengono trattate allo stesso valore nominale. L’analogia è intuitiva, ma non del tutto precisa, perché la legge monetaria dipende da condizioni particolari. Il parallelo più utile è forse proprio quello di Akerlof: quando la qualità non è osservabile, chi produce meglio può essere penalizzato dall’incapacità del mercato di riconoscerlo. Non è detto che il prodotto peggiore vinca sempre. È sufficiente che il prodotto migliore non riesca più a farsi pagare per ciò che lo rende migliore.
Naturalmente, non tutti i prodotti sono uguali. Se ascolto un musicista suonare dal vivo, una parte del valore nasce dalla sua presenza, dalla possibilità di assistere a qualcosa che accade una sola volta, dalla consapevolezza che quella persona stia eseguendo proprio in quel momento ciò che ascolto. Se ricevo un massaggio, non sto acquistando soltanto un risultato astratto: sto vivendo un’esperienza attraverso il corpo e le competenze di un’altra persona. In questi casi la presenza umana può costituire una componente essenziale del servizio, difficile da separare dal risultato.
Con un articolo pubblicato online, invece, la situazione è diversa, non vedo chi lo ha scritto, non assisto al processo creativo e non posso sapere quanto tempo sia stato necessario. Lo stesso accade con una fotografia che circola senza informazioni sulla sua origine. La distinzione tra produzione umana e artificiale può diventare così costosa da accertare che, per molti utilizzi, smette semplicemente di essere rilevante. Non perché le due cose siano diventate identiche, ma perché la differenza non è più economicamente accessibile.
Anche qui, però, sarebbe un errore concludere che la provenienza non conti più nella produzione intellettuale. Un articolo firmato da una giornalista che ha condotto un’indagine sul campo non vale soltanto per le frasi che contiene. Conta il lavoro di verifica, conta la responsabilità per ciò che viene pubblicato, conta la possibilità di chiedere conto delle fonti. Un testo generato artificialmente può riprodurre le conclusioni di quell’indagine, ma non dimostra per questo di aver svolto lo stesso lavoro. Se la redazione documenta il processo e garantisce l’affidabilità delle informazioni, il lettore può riconoscere un valore che va oltre la qualità superficiale della prosa.
La reputazione, quindi, può diventare ancora più importante, un autore già conosciuto dispone di un capitale di fiducia accumulato nel tempo, mentre una persona sconosciuta rischia di trovarsi in una posizione molto più difficile. Prima dell’intelligenza artificiale, un testo originale poteva contribuire a costruire una reputazione; oggi, se lo stile può essere imitato e l’autenticità non è verificabile, il percorso potrebbe diventare più complicato. Chi ha già un nome può continuare a essere riconosciuto, mentre chi cerca di costruirselo deve competere con una quantità potenzialmente illimitata di contenuti plausibili.
Anche le imperfezioni possono essere imitate. Una macchina può riprodurre le esitazioni di un autore, le sue frasi spezzate, le sue ripetizioni, persino qualche errore grammaticale deliberato. Non basta dunque scrivere in modo irregolare per dimostrare di essere umani. Quello che consideriamo spontaneo può essere ricostruito come uno stile, e ciò che percepiamo come autentico può diventare una tecnica di produzione. L’idea che l’umanità di un testo sia riconoscibile attraverso la sua forma diventa sempre meno affidabile.
A questo punto, forse, dobbiamo distinguere due domande che tendiamo a confondere: la prima è se un’opera umana abbia un valore diverso da una generata artificialmente. La seconda è se quel valore possa essere riconosciuto e remunerato. Possiamo rispondere sì alla prima senza avere alcuna garanzia sulla seconda. Un testo può essere più significativo perché nasce da una mente che ha vissuto, sofferto, studiato e cambiato idea, ma questa differenza non è necessariamente visibile nel prodotto finale. E se non è visibile, non possiamo dare per scontato che venga premiata.
Il punto in cui Floridi mi sembra più convincente è proprio la sua insistenza sulla responsabilità, se un testo è stato prodotto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, la questione non dovrebbe ridursi alla percentuale di parole scritte da una persona o da una macchina. Conta chi ha scelto di pubblicarlo, chi ne sostiene le affermazioni, chi risponde degli errori e chi lo presenta come proprio. La paternità di un’opera non coincide sempre con l’esecuzione materiale di ogni sua parte. Anche nella produzione umana esistono collaborazioni, strumenti e contributi esterni. La differenza decisiva può risiedere nella responsabilità che qualcuno decide di assumersi.
Resta, tuttavia, il problema del mercato, la responsabilità è importante, ma non risolve automaticamente l’asimmetria informativa. Servono modi credibili per documentare l’origine quando questa è rilevante, senza trasformare ogni testo in un oggetto sottoposto a un costoso processo di certificazione. E bisogna accettare che, in alcuni contesti, la provenienza non sarà verificabile oppure non varrà il prezzo necessario per verificarla. Non tutto ciò che possiede un significato umano riuscirà a trasformarsi in un vantaggio commerciale.
Forse è proprio questa la conclusione più difficile da accettare, l’intelligenza artificiale non deve dimostrare che una macchina possiede un’esperienza, una memoria o un’esistenza paragonabili alle nostre. Le basta produrre risultati abbastanza convincenti da rendere irrilevante, per una parte degli acquirenti, la domanda su chi li abbia realizzati. La differenza tra una persona e una macchina può rimanere enorme sul piano filosofico e diventare quasi invisibile sul piano economico.
Floridi ci ricorda che siamo esseri storici, legati alle nostre esperienze e alle relazioni che danno significato a ciò che facciamo, è una buona ragione per non ridurre ogni opera al suo risultato. Ma non è ancora una soluzione. Perché il valore umano può sopravvivere nelle nostre convinzioni anche quando smette di essere riconosciuto dal mercato. E allora la domanda non è soltanto se continueremo a preferire ciò che è stato fatto da una persona. È se saremo disposti a sostenere questa preferenza quando non potremo più distinguerlo con sicurezza da ciò che una macchina è capace di produrre.
La differenza potrebbe continuare a esistere. Il problema è che, per renderla visibile, potremmo dover imparare a dimostrarla e una società in cui l’autenticità deve essere certificata per essere creduta ha già perso qualcosa, anche se non ha ancora perso la capacità di riconoscerne il valore.
