di Antonio Dina
La notizia pubblicata da Nature riporta al centro del dibattito sull’intelligenza artificiale una distinzione che l’industria tecnologica tende spesso a sfumare: saper eseguire operazioni complesse non significa necessariamente avere un’esperienza soggettiva del mondo. La capacità di un sistema di risolvere problemi, produrre ragionamenti apparentemente sofisticati o conversare con una persona non dimostra che quel sistema sia cosciente. È questo il punto di partenza di un’analisi firmata da ricercatori che, sulla base di competenze maturate nelle neuroscienze, nella neurobiologia teorica e nella filosofia della mente, giudicano estremamente improbabile che le attuali architetture digitali possano sviluppare una coscienza, almeno lungo le traiettorie tecnologiche oggi prevalenti.
La questione non è puramente accademica, i modelli linguistici sono diventati sufficientemente convincenti da indurre una parte del pubblico, e anche alcuni studiosi, a interrogarsi sulla possibilità che possiedano una qualche forma di vita interiore. Il linguaggio, del resto, è uno dei segnali attraverso cui gli esseri umani riconoscono abitualmente l’intelligenza altrui. Quando una macchina descrive la paura, dichiara di essere incerta o sembra riflettere sulle proprie decisioni, il nostro cervello tende spontaneamente ad attribuirle stati mentali analoghi ai nostri. Ma la somiglianza espressiva non costituisce una prova di equivalenza cognitiva, e ancora meno dimostra l’esistenza di un’esperienza cosciente.
Il primo argomento sviluppato nell’articolo riguarda proprio la separazione tra intelligenza e coscienza. La prima può essere valutata attraverso la capacità di svolgere determinati compiti; la seconda riguarda invece il fatto che esista qualcosa che il sistema sperimenta dal proprio punto di vista. Il filosofo Thomas Nagel aveva reso celebre questa distinzione nel 1974, chiedendosi che cosa significhi essere un pipistrello: non soltanto elaborare informazioni sul mondo, ma avere un’esperienza soggettiva che non può essere descritta interamente dall’esterno. Un algoritmo può riconoscere una struttura, formulare una previsione o individuare una soluzione senza che ciò implichi, di per sé, la presenza di qualcuno che viva quell’operazione.
La stessa biologia umana offre esempi istruttivi. Il cervelletto coordina e apprende schemi motori con una precisione notevole, eppure gran parte delle sue attività avviene senza accesso diretto alla consapevolezza. Questo dimostra che processi cognitivi complessi possono svolgersi senza essere accompagnati da un’esperienza cosciente. Non dimostra, invece, che il cervelletto sia irrilevante per ogni aspetto della coscienza o che intelligenza e coscienza siano completamente indipendenti: il punto più circoscritto, ma decisivo, è che non possiamo dedurre la seconda dalla sola presenza della prima. La distinzione mette in discussione una delle scorciatoie più frequenti nel dibattito pubblico sull’intelligenza artificiale, quella secondo cui prestazioni sempre più avanzate rappresenterebbero una prova indiretta della nascita di una mente.
Il secondo argomento è più controverso, perché investe direttamente una convinzione radicata nell’industria tecnologica: l’idea che, se una funzione mentale dipende da un insieme di operazioni, sia sufficiente riprodurre quelle operazioni su un supporto artificiale per ottenere anche la mente. In filosofia della mente questa posizione viene associata al funzionalismo computazionale. Secondo i tre autori dell’articolo di Nature, tuttavia, il cervello non può essere considerato semplicemente un computer biologico, perché la sua attività dipende da un tessuto vivente e da dinamiche fisiche che potrebbero avere un ruolo costitutivo nell’esperienza cosciente. Un neurone non è soltanto un’unità che trasmette un segnale: è una cellula inserita in un organismo, sottoposta a vincoli metabolici e a processi fisiologici che un circuito digitale non riproduce automaticamente.
Il punto merita attenzione proprio perché l’analogia tra cervello e computer ha avuto un’enorme utilità scientifica, ma rischia di diventare un presupposto metafisico quando viene estesa senza verifiche. Che un sistema artificiale possa riprodurre alcune funzioni cognitive non dimostra che abbia anche le proprietà che rendono possibile l’esperienza soggettiva. La differenza è sostanziale. Un simulatore meteorologico può descrivere l’evoluzione di una tempesta senza produrre pioggia; secondo i critici del computazionalismo, una simulazione delle funzioni cerebrali potrebbe analogamente riprodurre alcuni comportamenti associati alla coscienza senza generare necessariamente un’esperienza interiore. L’analogia, naturalmente, non costituisce una dimostrazione scientifica dell’impossibilità della coscienza artificiale. Serve piuttosto a evidenziare un problema ancora aperto: quali proprietà di un sistema devono essere riprodotte perché non si ottenga soltanto una simulazione del comportamento, ma anche l’esperienza che quel comportamento sembra esprimere?
Il terzo argomento riguarda l’organizzazione fisica del sistema. Giulio Tononi, uno degli autori dell’articolo e ideatore della Integrated Information Theory, sostiene che la coscienza sia legata alle relazioni causali intrinseche tra le componenti di un sistema, non soltanto alla quantità di informazioni che esso elabora. Secondo questa teoria, la struttura delle interazioni fisiche conta in modo determinante. Un sistema che produce risultati intelligenti non possiede necessariamente l’organizzazione causale richiesta dalla teoria per sostenere un’esperienza cosciente. Le architetture digitali convenzionali, nelle quali i calcoli vengono eseguiti attraverso processi distinti e sequenze di operazioni formalizzabili, potrebbero quindi non soddisfare tali condizioni.
Occorre tuttavia evitare una conclusione eccessiva: la teoria dell’informazione integrata è influente, ma rimane oggetto di controversie scientifiche e filosofiche. Non esiste un consenso che permetta di affermare che essa abbia identificato definitivamente le condizioni necessarie e sufficienti della coscienza. Neppure è dimostrato che qualsiasi architettura digitale sia per principio incapace di possedere le proprietà causali considerate rilevanti dalla teoria. La tesi sostenuta da Nature è più prudente di alcune delle formulazioni che circolano nel dibattito pubblico: gli autori ritengono estremamente improbabile che le tecnologie attuali, sviluppate lungo le traiettorie prevalenti, diventino coscienti. Non dimostrano che ogni possibile sistema artificiale, presente o futuro, debba rimanere per sempre privo di esperienza soggettiva.
L’esempio di AlphaFold rende particolarmente chiara la questione. Il sistema sviluppato da Google DeepMind ha trasformato la ricerca sulle strutture proteiche, contribuendo a un progresso scientifico che sarebbe stato difficile ottenere con i metodi tradizionali. Eppure quasi nessuno interpreta le sue prestazioni come una prova di coscienza. La differenza rispetto a un modello linguistico non risiede semplicemente nella complessità computazionale, ma nel tipo di interazione che si instaura con l’utente. AlphaFold restituisce predizioni strutturali; un modello linguistico può invece discutere di amore, paura, dolore e identità personale, utilizzando un registro espressivo che richiama direttamente l’esperienza umana. Questa capacità favorisce l’antropomorfismo, ossia la tendenza a proiettare caratteristiche umane su entità che ne riproducono alcuni comportamenti osservabili.
Dal punto di vista tecnologico, un modello linguistico genera risposte attraverso operazioni matematiche applicate a rappresentazioni numeriche apprese durante l’addestramento. La sua capacità di parlare di sentimenti non costituisce, da sola, una prova che quei sentimenti siano presenti. Un sistema può produrre una descrizione convincente del dolore senza che sia possibile dedurre dal testo se stia effettivamente soffrendo. È proprio qui che l’interfaccia conversazionale diventa un problema epistemologico: più il comportamento appare umano, più diventa difficile distinguere intuitivamente la simulazione dall’esperienza. La fluidità linguistica, tuttavia, non risolve il problema scientifico della coscienza; può soltanto rendere più persuasiva la nostra interpretazione del comportamento della macchina.
Le implicazioni economiche e regolatorie sono concrete. Se un’impresa attribuisce troppo facilmente una mente ai propri sistemi, rischia di confondere le capacità operative con proprietà che non ha dimostrato di possedere. Se, al contrario, esclude a priori ogni possibile forma di coscienza artificiale, potrebbe trovarsi impreparata qualora emergessero evidenze scientifiche differenti. La governance dovrebbe quindi distinguere le prestazioni misurabili dalle ipotesi sull’esperienza soggettiva, evitando che dichiarazioni commerciali o dimostrazioni conversazionali diventino sostituti di una valutazione indipendente. Lo stesso vale per il dibattito sui diritti delle intelligenze artificiali: attribuire protezioni sulla base della sola capacità di dichiarare sofferenza sarebbe scientificamente fragile, ma lo sarebbe anche ignorare eventuali prove future soltanto perché il soggetto esaminato non è biologico.
L’articolo di Nature, firmato da Anil K. Seth, Ned Block e Giulio Tononi e pubblicato il 19 ottobre 2026, propone dunque una posizione scettica, non una dimostrazione definitiva dell’impossibilità della coscienza artificiale.
https://www.nature.com/articles/d41586-026-03313-7
La distinzione è importante, dire che un sistema non ha dimostrato di essere cosciente è una conclusione compatibile con le conoscenze attuali; sostenere che non potrà esserlo mai è una previsione molto più ambiziosa, per la quale non disponiamo di prove conclusive. La ricerca deve mantenere separati questi due livelli, soprattutto mentre l’industria investe miliardi in sistemi capaci di imitare sempre meglio il comportamento umano. La macchina può imparare a descrivere il mondo con una precisione impressionante. Rimane da stabilire se, dietro quelle descrizioni, esista qualcosa che il mondo lo senta davvero.

