Francesco Ricci
Codice ISBN 978-88-28-88366-1

Esistono libri che arrivano troppo presto e altri che arrivano troppo tardi. Questo volume, Legge, volontà e intelligenza artificiale, ha il merito raro di collocarsi esattamente nel punto di frattura; non accompagna il dibattito, lo anticipa mentre ancora finge di descriverlo. E lo fa con quella tipica serietà accademica che, a una lettura superficiale, potrebbe sembrare rassicurante; salvo poi scoprire che sotto la superficie si muove una tensione concettuale che mina le fondamenta stesse del diritto moderno, ovvero la centralità della volontà umana.
Il primo elemento che colpisce è la natura corale dell’opera, frutto di una ricerca triennale con una densità di contributi che riflette più un ecosistema intellettuale che un semplice libro. Questa pluralità non è solo quantitativa ma epistemologica; il volume non offre una tesi unitaria, ma un campo di battaglia ordinato, dove convivono posizioni volontaristiche, anti-volontaristiche e apertamente provocatorie. È un testo che non semplifica, e proprio per questo è utile.
La questione di fondo è apparentemente classica: che ruolo ha la volontà nel diritto. Tuttavia, inserita nel contesto dell’intelligenza artificiale, questa domanda diventa destabilizzante. Il volume lo esplicita con lucidità quasi brutale: il diritto occidentale è costruito su un presupposto antropologico, cioè che le norme si rivolgano a soggetti dotati di volontà. Ma cosa accade quando le decisioni non sono più umane, o lo sono solo indirettamente?
Qui emerge uno dei passaggi più interessanti del libro, ovvero la distinzione tra volontà come elemento costitutivo e volontà come ostacolo. Una distinzione che, detta così, sembra filosofica; in realtà è profondamente operativa. Se la volontà è fondamento, allora l’IA è un problema. Se la volontà è un disturbo, allora l’IA è una soluzione.
Questa inversione concettuale è forse il punto più radicale dell’opera. Alcuni autori suggeriscono, senza troppi giri di parole, che il diritto potrebbe funzionare meglio senza volontà. Un’affermazione che, letta in un manuale tradizionale, suonerebbe come eresia; qui invece appare come una conseguenza logica. La norma non serve a descrivere stati mentali, ma a produrre effetti. Se un algoritmo è più efficiente nel generare conformità rispetto a un essere umano, il problema non è filosofico, ma sistemico.
Non è un caso che il volume dedichi ampio spazio alle tesi anti-volontaristiche. Queste posizioni, spesso marginali nella dottrina classica, diventano improvvisamente centrali. La volontà non è osservabile, non è verificabile, e soprattutto non è necessaria per spiegare il funzionamento reale del diritto. La responsabilità oggettiva, l’affidamento, le presunzioni legali sono già oggi meccanismi che operano indipendentemente dall’intenzione. L’IA non introduce una discontinuità; rende visibile una contraddizione preesistente.
Il libro è particolarmente efficace nel mostrare come molte categorie giuridiche siano già, di fatto, “post-umane”. Il contratto, ad esempio, non è più da tempo espressione pura della volontà, ma il risultato di dinamiche di potere, asimmetrie informative e standardizzazione. L’idea romantica dell’autonomia negoziale sopravvive più nei manuali che nella pratica. L’intelligenza artificiale, in questo senso, non distrugge il paradigma; lo porta alle estreme conseguenze.
La parte più provocatoria del volume riguarda però il concetto di volontà macchinica. Qui il dibattito si fa interessante, con due schieramenti ben definiti. Da un lato, chi rifiuta qualsiasi forma di antropomorfismo e insiste sulla natura strumentale dell’IA. Dall’altro, chi sostiene che, per ragioni funzionali, sia necessario attribuire alle macchine una forma di soggettività giuridica.
Questa seconda posizione, che a prima vista può sembrare eccentrica, è in realtà estremamente pragmatica. Il diritto ha bisogno di centri di imputazione. Se un sistema di IA prende decisioni autonome e produce effetti giuridicamente rilevanti, qualcuno deve risponderne. Attribuire la responsabilità esclusivamente all’uomo diventa sempre più artificiale man mano che cresce l’autonomia operativa dei sistemi.
Il concetto di “prestito concettuale” utilizzato nel volume è illuminante. Il diritto, di fronte a fenomeni nuovi, tende a riutilizzare categorie esistenti. È un meccanismo inevitabile, ma anche pericoloso. Parlare di “decisioni” delle macchine, di “apprendimento”, di “autonomia” introduce una semantica che può facilmente sfuggire di mano. Il rischio non è tanto l’errore teorico, quanto la distorsione sistemica.
Uno dei meriti del volume è proprio quello di non cadere nella trappola del determinismo tecnologico. Non c’è alcuna celebrazione ingenua dell’IA. Anzi, emerge chiaramente una diffidenza di fondo verso l’idea che la tecnologia possa sostituire il giudizio umano. Tuttavia, questa diffidenza non si traduce in conservatorismo. Gli autori sembrano consapevoli che ignorare il problema è più pericoloso che affrontarlo.
Il riferimento implicito al Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale è significativo. AI Act viene descritto come un framework necessario ma incompleto. Regola i sistemi, ma non affronta la questione della volontà. È come costruire un’infrastruttura senza definire chi la governa davvero. Il risultato è un vuoto concettuale che il volume cerca di colmare.
Interessante anche l’approccio multilivello alla regolazione, che riflette la complessità del contesto europeo. Il diritto dell’IA non è un sistema chiuso, ma un mosaico di norme, principi e interpretazioni. In questo scenario, la coerenza diventa un lusso. Il volume non propone una sintesi definitiva, ma offre strumenti per navigare l’ambiguità.
Dal punto di vista stilistico, il libro mantiene un rigore accademico che a tratti può risultare impegnativo, ma è coerente con l’ambizione dell’opera. Non è un testo divulgativo, né vuole esserlo. È pensato per chi ha già familiarità con il linguaggio giuridico e cerca un livello di profondità superiore. In questo senso, è più vicino a un laboratorio di idee che a un manuale.
La vera forza del volume, tuttavia, sta nella sua capacità di mettere in crisi certezze consolidate. Il diritto, per sua natura, tende alla stabilità. L’intelligenza artificiale introduce instabilità. Questo libro non cerca di risolvere la tensione; la espone. E lo fa con una lucidità che, a tratti, sfiora il cinismo.
Una delle intuizioni più sottili è che la questione della volontà non è solo giuridica, ma politica. Attribuire o negare volontà alle macchine significa ridefinire i confini del potere. Se le decisioni diventano opache, se i processi sono automatizzati, la responsabilità si disperde. E quando la responsabilità si disperde, il controllo diventa un’illusione.
In questo senso, il libro è anche una riflessione implicita sulla governance dell’IA. Non basta regolare i sistemi; bisogna capire chi decide davvero. E qui la risposta è meno ovvia di quanto si pensi. Non sono solo i programmatori o le aziende, ma un insieme di attori distribuiti, spesso invisibili. Il diritto, con la sua ossessione per il soggetto, fatica a catturare questa complessità.
Si potrebbe criticare il volume per la mancanza di una posizione definitiva. Ma sarebbe una critica fuori fuoco. La forza del libro sta proprio nella sua apertura. Non offre risposte semplici perché il problema non è semplice. In un’epoca in cui l’AI viene spesso raccontata in termini apocalittici o messianici, questa ambiguità è un segno di maturità.
Alla fine, ciò che resta è una sensazione di disallineamento. Il diritto, così come lo conosciamo, sembra sempre più inadatto a descrivere la realtà tecnologica. Eppure, continua a essere lo strumento principale per governarla. Questa tensione, che il volume mette a nudo con precisione chirurgica, è destinata a crescere.
Il libro non è una risposta. È una diagnosi. E come tutte le diagnosi serie, non è particolarmente rassicurante.
A.D.
SITO LUM: https://ricerca.lum.it/handle/20.500.12572/31549



