
Il volume Il Sé Digitale. Dai neuroni specchio alla mediazione tecnologica di Vittorio Gallese (Raffaello Cortina Editore), propone una riconcettualizzazione radicale della soggettività nell’epoca della mediazione digitale, articolando un quadro teorico che integra neuroscienze cognitive, fenomenologia e teoria dei media. Il punto di partenza è una critica esplicita al paradigma neurocentrico e disincarnato che ha dominato larga parte delle scienze cognitive contemporanee: contro l’idea di una mente esclusivamente riducibile al cervello, Gallese sviluppa una prospettiva di “onto-fenomenologia incarnata”, secondo cui la soggettività emerge da una dinamica relazionale tra corpo, ambiente e alterità.
Il libro si fonda sull’assunto che il Sé non sia un’entità stabile e predata, ma un processo dinamico e plastico, continuamente modellato dalle pratiche corporee e dalle interazioni sociali e tecnologiche. In questa prospettiva, la scoperta dei neuroni specchio e la teoria della simulazione incarnata costituiscono il fondamento empirico di una nuova antropologia relazionale: comprendere l’altro non implica primariamente inferenze cognitive, ma una risonanza sensomotoria e affettiva preriflessiva che radica l’intersoggettività nella corporeità condivisa. Tale impostazione consente di superare la dicotomia tra mente e corpo, mostrando come percezione, azione e cognizione siano intrecciate in un’unica matrice esperienziale.
Su questo sfondo, Gallese introduce il concetto di “Sé corporeo” come nucleo originario della soggettività. Il corpo non è un mero supporto biologico, ma il luogo generativo dell’esperienza, in cui si costituiscono senso di sé, agency e relazione con il mondo. Questa prospettiva si estende anche alla dimensione simbolica e culturale: linguaggio, narrazione e immaginazione sono interpretati come esiti di pratiche incarnate e intersoggettive, radicate in una storia evolutiva e ontogenetica condivisa. La tecnica stessa, lungi dall’essere un semplice strumento, è concepita come co-originaria rispetto all’umano, parte integrante dei processi di costruzione del senso e della soggettività.
Il passaggio cruciale del volume riguarda l’analisi della contemporanea ecologia mediale. Le tecnologie digitali non sono descritte come strumenti esterni, ma come ambienti immersivi che riconfigurano le condizioni stesse dell’esperienza. In particolare, Gallese propone di interpretare il digitale non come un processo di disincarnazione, bensì come una nuova modalità di incarnazione mediale. Il corpo viene prolungato, rimodellato e riorganizzato attraverso interfacce, schermi e dispositivi interattivi, dando luogo a una nuova forma di soggettività: il “Sé digitale”.
Questa nozione implica una ridefinizione dell’ontologia del soggetto: il Sé digitale emerge dall’intreccio tra carne e codice, tra aisthesis e algoritmo. Le pratiche quotidiane di interazione con dispositivi digitali producono microtrasformazioni percettive e affettive che incidono sulla struttura stessa dell’esperienza. In tal senso, il digitale agisce come operatore ontologico, capace di ridefinire le modalità di presenza, relazione e riconoscimento. È a questo livello che si colloca la proposta teorica di Gallese dell’onto-fenomenologia incarnata. Con questa espressione, l’autore intende indicare non una semplice prospettiva metodologica, ma la struttura stessa dell’esperienza umana: una dimensione preriflessiva, dinamica e sensibile in cui essere e apparire, ontologia e fenomenologia, coincidono nella trama vivente del corpo in relazione. L’onto-fenomenologia incarnata designa il modo in cui il senso emerge dalla relazione tra corpo, mondo e alterità, prima di ogni tematizzazione concettuale. Non si tratta di un livello “interno” o soggettivo contrapposto a un mondo esterno, ma di un campo relazionale in cui il soggetto si costituisce attraverso le proprie pratiche percettive, motorie e affettive. In questa prospettiva, il corpo non è un supporto della mente, ma il luogo stesso in cui il mondo si dà e acquista significato.
L’introduzione del digitale e, ancor più, dei sistemi di intelligenza artificiale, interviene direttamente su questa struttura originaria dell’esperienza. Non modifica semplicemente i contenuti della percezione o le modalità della comunicazione, ma riorganizza le condizioni incarnate del sentire e del relazionarsi. Il digitale, dunque, non si limita a mediare l’esperienza: ne ridefinisce il campo onto-fenomenologico, contribuendo a produrre nuove forme di presenza, nuove modalità di esposizione all’altro e nuove configurazioni del Sé.
In questo senso, parlare di Sé digitale significa riconoscere che la soggettività contemporanea emerge all’interno di un regime di esperienza in cui l’aisthesis, il sentire incarnato, è costantemente modulato da dispositivi tecnici. L’onto-fenomenologia incarnata fornisce così il quadro teorico per comprendere come queste trasformazioni non siano superficiali o contingenti, ma incidano sul modo stesso in cui l’essere umano è nel mondo.
Un ulteriore snodo teorico è rappresentato dall’introduzione dell’intelligenza artificiale come nuova forma di alterità. A differenza delle mediazioni digitali tradizionali, che filtrano la presenza di altri esseri umani, l’IA produce una forma inedita di “altro algoritmico”: un’entità priva di corpo, ma capace di simulare competenze linguistiche, relazionali ed empatiche. Questa alterità artificiale non si limita a riflettere il soggetto umano, ma contribuisce a plasmarlo, introducendo dinamiche di reciprocità ambigue in cui il soggetto viene progressivamente modellato dalle logiche predittive e normative dell’algoritmo.
Gallese individua qui una posta in gioco antropologica fondamentale: il rischio che l’alterità algoritmica diventi un modello normativo di soggettivazione, orientando desideri, comportamenti e forme di relazione secondo criteri di efficienza, prevedibilità e gratificazione immediata. In questo scenario, la relazione intersoggettiva rischia di essere sostituita da una risonanza speculare priva di frizione, in cui l’opacità e l’imprevedibilità dell’altro vengono progressivamente eliminate.
Il volume si conclude con la proposta di un’estetica radicale come risposta critica a queste trasformazioni. L’estetica è qui intesa come dimensione fondamentale dell’esperienza incarnata (aisthesis), ossia come capacità di sentire, essere affetti ed entrare in relazione. Se le tecnologie mediali riconfigurano il nostro modo di percepire, desiderare e relazionarci, allora la posta in gioco non è solo tecnica o cognitiva, ma estetica in senso radicale: riguarda la trasformazione delle condizioni sensibili dell’esperienza del mondo. L’estetica radicale diventa così anche uno spazio critico, da cui interrogare come gli ambienti algoritmici modulano il nostro sentire e, quindi, il nostro modo di esistere. In un contesto dominato da processi di standardizzazione computazionale e controllo algoritmico, l’esperienza estetica diventa il luogo privilegiato per preservare la densità relazionale e la complessità dell’esperienza umana.
In sintesi, Il Sé Digitale offre una teoria integrata della soggettività contemporanea. Il contributo principale del volume consiste nel mostrare che le trasformazioni indotte dal digitale e dall’intelligenza artificiale non possono essere comprese nei termini di una semplice opposizione tra reale e virtuale, ma richiedono una riconcettualizzazione dell’essere umano come entità incarnata, relazionale e tecnologicamente mediata. In questa prospettiva, il futuro della soggettività umana dipende dalla capacità di articolare criticamente il rapporto tra corpo, tecnologia e alterità, preservando la dimensione incarnata e sensibile dell’esperienza come condizione di possibilità di ogni forma di senso.




