Di Fabio Ciotti
Il 12 marzo 1997 il Corriere della Sera, sulla scorta di una ricerca condotta da AltaVista Technology, proclamava la fine imminente di internet: un medium scarsamente aggiornato dai gestori dei siti, privo di attrattiva per il pubblico giovanile e incapace di penetrare nella totalità dei nuclei familiari, un fallimento, in definitiva.
Pochi anni dopo la crisi delle dot.com generò un profluvio di previsioni anche più catastrofiche sul futuro dell’economia digitale, puntualmente smentite. Senza contare che nessuno, pochi anni dopo,
seppe prevedere la vera crisi sistemica del mercato finanziario, originata dalla bolla dei mutui sub-prime.
Tutto questo dovrebbe costituire un monito sufficiente a non prendere troppo sul serio chi
predice, in un senso o nell’altro, che la diffusione sociale di una data innovazione tecnologica e la conseguente espansione degli investimenti su di essa siano una bolla destinata all’oblio, un travisamento di breve vita, e che tutto finirà nel dimenticatoio in pochi mesi, tutto ritornerà come prima.
Ma lo stesso vale per chi profetizza il contrario. Le previsioni perentorie su questi processi, a prescindere dall’orientamento, risultano sistematicamente errate.


