Di Francesco D’Isa
L’arrivo delle intelligenze artificiali sembra la brutale conferma di un sospetto covato per tutto il Novecento filosofico. Abbiamo cullato per secoli l’illusione di un linguaggio inteso quale emanazione di una volontà, correlato a un pezzo di mondo, espressione di un’interiorità; la capacità dei modelli linguistici di produrre linguaggio senza possedere un corpo è una prova empirica della non necessità di un corpo (emozioni, interiorità, anima, volontà) per produrre linguaggio dotato di senso.
I pensatori che hanno preparato il terreno a questa consapevolezza, da Austin a Wittgenstein, avevano intuito la natura pragmatica delle parole, concepite alla stregua di strumenti capaci di modellare la nostra realtà. Quando John Austin parlava di enunciati performativi, suggeriva in fondo la coincidenza tra il dire e il fare; il secondo Wittgenstein spostava l’attenzione sull’uso pratico del significato, superando l’idea essenzialista. Il linguaggio abbandona la pretesa di riflettere specularmente il mondo, rivelandosi un immenso oggetto relazionale, un sistema di ingranaggi incastrati con altre percezioni (quella che chiamiamo realtà).
Questa prospettiva è rimbalzata nel costruttivismo di Ernst von Glasersfeld e nelle teorie sistemiche di Gregory Bateson, per i quali la conoscenza deve risultare in primo luogo funzionale alla nostra navigazione nel flusso delle esperienze, tralasciando l’illusione di un’oggettività esterna. Il linguaggio funge da coordinatore di sensazioni plasmate reciprocamente per mantenere un equilibrio all’interno del sistema. Se guardiamo poi alle riflessioni di Barthes e Foucault sulla scomparsa dell’autore, la voce degli algoritmi non dovrebbe stupirci più di tanto, se il testo è un tessuto di citazioni all’interno del quale il soggetto rappresenta solo una fase di passaggio. Karen Barad e Bruno Latour hanno ampliato questo scenario introducendo l’idea di un’agenzia diffusa, dove entità umane e inumane partecipano paritariamente alla costruzione del reale.
A offrire la sintesi più radicale a riguardo resta tuttavia la filosofia di Nagarjuna. Il concetto di śūnyatā indica l’assenza di un’esistenza intrinseca negli enti; ogni cosa risulta definita esclusivamente dalla sua relazione con il resto. Un termine acquista valore solo in virtù della sua posizione relativa rispetto agli altri punti nel sistema, restando del tutto privo di un significato proprio. L’idea di una verità che non sia motile e relazionale è illusoria, o, per chi vuole fare il salto mistico-metafisico, la realtà è in ultima analisi vuota.
Il terreno era dunque pronto, ma gli stessi che consideravano alcuni dei nomi citati venerabili maestri ne ripudiano ora le conclusioni. L’illusione della verità è un’istanza filosofico-politica dura da abbandonare, nonostante il dolore che causa.
(l’immagine è tratta da “Communicative AI”, di David Gunkel e Mark Coeckelbergh).


