Convegno SEPAI Università Roma Tre
Atrio Torre C: IA e arte, 4 Dicembre, 11:10 – 12:10
Speaker: Francesco D’Isa (Digital Artist)
Speaker: Veronica Neri (Università di Pisa)
Speaker: Enrico Terrone (Università di Genova)
Chair: Enrico Carocci (Università Roma Tre)
La rivoluzione algoritmica. Arte e intelligenza artificiale
Parlare di arte oggi significa inevitabilmente parlare di intelligenza artificiale generativa. Francesco D’Isa ci guida in questo territorio con la lucidità di chi sa che le macchine non sono nemiche né autrici autonome, ma specchi in cui non sempre ci piace rifletterci. L’IA amplifica ciò che già esiste, mette in mostra le nostre paure infondate e ci obbliga a ripensare concetti che credevamo solidi: creatività, autorialità, percezione estetica.
Un sistema come MidJourney non sa cosa sia un gatto. Sa solo quali pattern ricorrono nelle immagini etichettate come gatti e produce sintografie di ciò che la probabilità statistica suggerisce. È una lezione filosofica: la macchina non crea, imita, ma ci restituisce uno specchio fedele del nostro materiale culturale. Gusti medi, pregiudizi impliciti, aspettative commerciali, tutto ciò che costituisce l’immaginario dominante, diventa visibile attraverso la lente algoritmica. L’IA ci sfida a vedere noi stessi con occhi più lucidi, senza illusioni romantiche sul genio isolato.
La narrativa del genio solitario è un mito: Picasso non avrebbe fatto il cubismo senza il contesto storico e culturale in cui è nato. L’arte concettuale da decenni ha smantellato questo mito, ma l’IA ci costringe a riconoscerlo ancora più chiaramente. La creatività non è mai autonoma: è mediata, collettiva e ora anche algoritmica. Qui emerge la vera sfida filosofica: l’artista non compete con la macchina, dialoga con essa, esplora deviazioni, errori controllati, glitch che diventano invenzioni estetiche.
Le immagini generate dagli algoritmi non sono tutte uguali. La mediocrità di molte di esse non è un fallimento della tecnologia, ma un riflesso del livello già basso della produzione commerciale. Per D’Isa, il rischio non è che l’IA sostituisca l’artista, ma che renda evidenti le mediocrità e le ripetizioni di gusti dominanti. Chi sa guidare l’algoritmo può trasformare il caso in sorpresa estetica. Strumenti open source, o software con parametri estesi come MidJourney, permettono di esplorare territori inaspettati: glitch, errori, deviazioni statistiche che diventano filosofia dell’immagine.
Dietro ogni dataset c’è un lavoro fantasma: persone sottopagate, marginalizzate, catalogano e etichettano immagini affinché la macchina possa apprendere. Questo lavoro invisibile è il fondamento materiale di ogni creazione algoritmica. Ignorarlo significa dimenticare che l’arte generativa è sempre un prodotto collettivo, umano e tecnologico insieme. Il dataset, la selezione dei dati, la loro etichettatura, diventano quindi strumenti di potere: decidere cosa includere o escludere significa plasmare la cultura visiva e la percezione estetica stessa.
Il linguaggio naturale è potente, ma insufficiente da solo. L’artista deve interagire con parametri, interfacce e immagini di riferimento per liberare la creatività dall’orizzonte del gusto medio. La voce, seppur affascinante, resta strumento di compagnia più che mezzo creativo: scrivere e manipolare interfacce è più immediato, più veloce, più incisivo. La combinazione di prompt e immagini consente di aggirare i limiti dell’addestramento statistico e di sperimentare nuove forme di espressività.
Il nodo filosofico è evidente: l’IA non è autrice, ma specchio e leva. Ci obbliga a ridefinire autorialità, estetica, valore dell’errore e capacità di sorpresa. L’iperrealismo perfetto e ripetitivo perderà fascino, mentre il glitch controllato, l’errore guidato e l’inaspettato diventeranno strumenti di innovazione. L’arte futura sarà un dialogo tra umano e macchina, tra regole statistiche e deviazioni creative, tra tecnologia e filosofia visiva.
La rivoluzione algoritmica delle immagini non è neutra: è un invito a pensare. A usare gli strumenti consapevolmente. A trasformare la prevedibilità in possibilità estetiche. D’Isa mostra come l’IA, pur limitata, possa diventare specchio della cultura e terreno di esplorazione filosofica. La creatività non abita nelle macchine, ma nel modo in cui gli umani le interrogano, deformano e reinventano, tra glitch, errori e invenzioni radicali.



