Domenico Fattobene
The Agentic Society: cambiamenti macroscopici che stanno definendo il futuro post-AI
Abstract
La lectio magistralis del Prof. Luciano Floridi all’Università Roma Tre ha delineato una rotta importante per il nostro futuro digitale, tramite quattro direttrici: Embedding of AI, Apocalypse of the Analogue, Hardware Turn e AI as a Commodity. Il Professore mostra come l’AI non appartenga al futuro, ma sia già parte strutturale del presente e solleva questioni di governance, sovranità tecnologica, sostenibilità. L’urgenza, sostiene il filosofo, non è temere l’AI, maorientarla: è nella finestra attuale di flessibilità che si giocano le scelte capaci di proteggere società e ambiente e
generazioni future.
ROMA – Venerdì scorso, nell’aula magna della Facoltà di Lettere dell’Università Roma Tre, in occasione dell’apertura del nuovo anno accademico, il professor Luciano Floridi ha tenuto una lectio magistralis che ha tracciato la rotta del nostro futuro digitale.
Non tecnologia del futuro, ma infrastruttura del presente. Non minaccia da cui difendersi, ma strumento strategico da orientare con decisione.
Un intervento articolato attorno a quattro temi: Embedding of AI, Eclipse of the Analogue,
Hardware Turn e AI as a Commodity.
“Non praevalebunt”
Floridi apre con una citazione biblica: «Non praevalebunt» – non prevarranno. Di solito interpretiamo questa espressione come “le forze degli inferi non prevarranno”. Ma, osserva Floridi, il testo originale parla di porte, non di forze: «le porte degli inferi non prevarranno».
E questa differenza non è marginale. Le porte sono strutture statiche: non attaccano, ma vengono assediate. Floridi ci invita quindi a leggere la frase in tal senso: non sono le forze del male che non riusciranno a prevalere; sono le porte del male che non riusciranno a resistere all’assedio del bene.
Il punto non è difendere il bene da un’aggressione, ma condurre un “attacco gentile”, un’avanzata costante e costruttiva.
In tale prospettiva, l’intelligenza artificiale non è uno strumento di mera protezione, ma un mezzo per promuovere attivamente il bene: serve a migliorare la nostra società, a salvaguardare l’ambiente e a far emergere ciò che di positivo possiamo realizzare attraverso la tecnologia che stiamo
sviluppando.
Perché allora oggi ci percepiamo assediati? «Perché abbiamo abbassato la guardia», spiega Floridi.
A partire dagli anni ’90 abbiamo finito per dare per scontati valori fondamentali come la democrazia, la libertà di parola, la pace. Valori che consideravamo acquisiti una volta per tutte.
Esorta quindi a cambiare prospettiva e a collocarci in una posizione di “attacco gentile”.
La lezione si concentra su un utilizzo dell’AI orientato a vincere una sfida precisa e vitale: la salvezza della nostra società e la salvezza dell’ambiente in cui questa società deve poter emergere anche grazie alla tecnologia che stiamo sviluppando.
In questo modo, sottolinea, le generazioni future potranno davvero ringraziarci.
Se invece continueremo a giocare in difesa, rinunciando alla fermezza necessaria per proteggere e affermare questi valori, le conseguenze rischiano di essere molto serie.
C’è un’urgenza? Si – ma anche molte opportunità.
Embedding of AI: gettare le fondamenta oggi
Molti continuano a parlare di AI come se fosse ancora un fenomeno all’orizzonte, confinato nel voabolario dei cosiddetti media emergenti, quasi che il suo impatto reale debba ancora manifestarsi. Eppure, è evidente che la società digitale la stiamo costruendo da tempo.
Per chiarire ulteriormente il punto, il Professore ricorre a un’analogia particolarmente efficace:
quella del cemento armato. Una volta gettato, il cemento si solidifica e riduce al minimo ogni possibilità di correzione. Oggi, invece, siamo nella finestra in cui quel cemento è ancora modellabile. Rimandare, avverte Floridi, significherebbe dover intervenire quando la struttura sarà ormai definita – con costi e rischi di gran lunga superiori.
Da qui lo sguardo si allarga anche al nostro Paese. «Non siamo affatto ai margini o indietro come molti affermano», sottolinea. L’Italia possiede alcuni tra i migliori supercomputer al mondo ed è il primo Paese europeo ad aver implementato l’AI Act.
Ciò che manca è la piena partecipazione del tessuto produttivo, in particolare delle PMI.
In sostanza, le opportunità esistono, ma serve la volontà di trasformarle in adozione reale.
Eclipse of the Analogue: quando i dati sostituiscono le persone
Il secondo tema descrive il rischio crescente di sostituire la ricchezza dell’individuo reale con la sua rappresentazione digitale. Stiamo andando verso un mondo in cui veniamo definiti come “data individuals”, “data persons”, “data citizens” – categorie che descrivono i nostri dati più che la nostra complessità di persone.
Un esempio lampante è la privacy, spesso protetta più degli individui stessi.
In questa prospettiva, l’AI Act può essere interpretato anche come tentativo di difendere l’analogico, la persona, la sua dignità, la sua libertà – dagli eccessi o dal cattivo utilizzo del digitale.
La legislazione sta crescendo, non solo in Europa ma in tutto il mondo. È il segnale che la pressione del digitale si avverte ovunque e che i sistemi istituzionali stanno reagendo, cercando di definire limiti e responsabilità.
L’eclissi dell’analogico ha acceso i riflettori globali e sta spingendo a intervenire.
Hardware Turn: la fisicalità del digitale
Il terzo tema smonta l’idea di un digitale immateriale, etereo, de‑fisicalizzato.
Al contrario, il digitale è radicalmente materiale: cavi sottomarini, terre rare, satelliti, data center.
Le infrastrutture fisiche – che, peraltro, restano concentrate nelle mani di pochi attori globali – diventano il vero punto nevralgico del potere digitale. Da un lato, la nostra cultura si fa sempre più digitale; dall’altro, il controllo del digitale passa attraverso il controllo dell’analogico che lo rende possibile. Quando ci si rende conto che questo controllo è oligarchico, e non più realmente competitivo, la preoccupazione dovrebbe crescere.
Da qui deriva la necessità di una sovranità digitale europea, indispensabile anche per scongiurare il rischio di un controllo che non sia realmente democratico. «Ciò non significa che chi controlla sia “cattivo”, ma che stiamo affidando all’andamento del mercato ciò che accade nelle nostre vite».
Ed è proprio su questa materialità fatta di infrastrutture e risorse fisiche che si innesta un’altra domanda cruciale: qual è il costo energetico del digitale?
Al di là della retorica che dipinge l’AI come un nemico dell’ambiente, i dati ci dicono che il digitale consuma tra il 3% e il 5% dell’energia globale: non è una buona notizia, ma nemmeno pessima. Va considerato, infatti, che l’efficienza del digitale è cresciuta in modo straordinario rispetto al passato.
Inoltre, l’AI può diventare un alleato dell’ambiente, contribuendo alla riduzione degli sprechi, all’ottimizzazione dei costi e al supporto di politiche energetiche più intelligenti. Secondo l’AI for SDGs Observatory, esistono oltre 400.000 progetti basati sulla AI a supporto degli obiettivi di sviluppo sostenibile. Un numero che certifica come l’umanità abbia già tra le mani uno strumento capace di aiutare sè stessa e il pianeta.
Il vero nodo non è quindi se l’AI consumi energia, ma come decidiamo di utilizzarla.
AI as a Commodity: dalla competizione alla spartizione oligarchica Il quarto tema inquadra la AI come tecnologia diffusa. Mentre la competizione resta altissima, il numero degli attori realmente in gioco tende a ridursi.
Il settore segue la curva tipica delle innovazioni, che passa dall’espansione alla competizione crescente, poi alla consapevolezza dei limiti del modello e infine alla spartizione oligarchica dei mercati. In questo scenario si innesta anche una bolla, alimentata dal divario crescente tra il venture capital – che continua ad accelerare – e l’industria che non riesce ad assorbire la produzione di soluzioni AI alla stessa rapidità. Nei prossimi anni, avverte Floridi, assisteremo a un atterraggio morbido oppure allo scoppio della bolla, con un riferimento esplicito a una delle più pesanti crisi della storia recente: la DotCom.
Per spiegare come evolvono dinamiche di competizione così intense e come tendano, alla lunga, a stabilizzarsi, Floridi richiama la Conferenza di Berlino del 1884‑1885, quando le potenze europee, stanche di anni di conflitti, si spartirono l’Africa.
Un modello ricorrente di qualsiasi competizione. Lo mostra chiaramente la ricostruzione di ciò che è accaduto dal 2000 a oggi nei grandi “stati del digitale”, dove emerge sempre la stessa sequenza:
espansione, conflitto, spartizione. Gli esempi abbondano: Microsoft contro Google nel web-search, Google e Facebook nei social, Apple e Spotify nella musica, Oracle e Salesforce nel CRM.
Prima espansione, poi conflitto, infine spartizione Floridi ritiene che l’AI seguirà la stessa traiettoria, portandoci verso poche AI dominanti, con una competizione sempre più ridotta. E anche in questo caso, sapere che la spartizione è imminente significa poter intervenire in anticipo
La civetta di Hegel e il cane di Crisippo
Il messaggio finale si affida a due immagini filosofiche. Da una parte la civetta di Hegel, che arriva sempre tardi e comprende la realtà solo a cose fatte. Dall’altra il cane di Crisippo, che si sveglia presto, annusa le tre tracce, ne scarta due e sceglie con decisione la terza. Analizza il contesto, deduce la direzione e agisce con tempestività.
«È questo l’atteggiamento che dovremmo adottare nei confronti dell’AI: anticipare per capire dove sta andando il mondo, non limitarsi a inseguire. Le trasformazioni possono essere orientate con gentilezza, si può giocare d’attacco e non solo difendere». Torna l’eco del «non praevalebunt»: non siamo gli assediati, ma quelli che possono avanzare. Le generazioni future non ci giudicheranno per le intenzioni, ma per il coraggio di avere preceduto il futuro con le nostre scelte.
L’ultima riflessione è dedicata all’educazione: per comprendere davvero il mondo – e saperlo spiegare – invita a esplorarne il maggior numero possibile di linguaggi, dalla biologia alla storia, dall’arte alla musica. Solo così si può diventare davvero padroni del proprio mondo.
La lectio magistralis di Luciano Floridi ha richiamato l’urgenza di scelte responsabili e proattive in un momento cruciale. Tra cemento ancora fresco e spartizioni imminenti, la finestra di flessibilità è aperta. Ma non resterà tale a lungo.



