Pietro Perconti
La recente pubblicazione di Anthropic sulle rappresentazioni verbalizzabili nei modelli linguistici ha suscitato un dibattito immediato, perché suggerisce una possibile analogia tra una delle principali teorie neuroscientifiche del funzionamento della coscienza e alcune capacità proprie dell’architettura dei “transformer”. In particolare, il lavoro sembra mostrare che anche nei modelli linguistici esista uno spazio interno in cui alcuni contenuti diventano temporaneamente disponibili per il controllo, il ragionamento e l’uso flessibile. Il lavoro di Anthropic offre un risultato importante, anche se il suo significato teorico più generale resta aperto. Gli autori individuano, attraverso la Jacobian lens, un piccolo insieme di rappresentazioni interne che il modello può riferire verbalmente, impiegare nel ragionamento intermedio e rendere disponibili a operazioni differenti. Questo insieme, chiamato “J-space”, possiede diverse proprietà tradizionalmente associate a un “Global Workspace”. Secondo la teoria originaria di Baars e la sua successiva formulazione neurale, un contenuto diventa coscientemente accessibile quando viene reso globalmente disponibile a sistemi cognitivi altrimenti specializzati (Baars, 1988; Dehaene & Naccache, 2001). Il modello continua a svolgere una grande quantità di elaborazione automatica al di fuori di esso, mentre alcuni contenuti acquistano una posizione privilegiata (Gurnee et al., 2026).
Gli stessi autori precisano tuttavia che l’individuazione di proprietà funzionali associate alla coscienza di accesso non consente, da sola, di concludere che Claude possieda un’esperienza fenomenica. Su questo punto la cautela di Riccardo Manzotti è utile. La presenza di una struttura funzionale di accesso non risolve il problema di che cosa, eventualmente, si provi a essere il sistema. La distinzione tra processi automatici e contenuti disponibili al report, al controllo deliberato e al ragionamento trasversale individua un fenomeno cognitivo effettivamente specifico. È precisamente questo fenomeno che la nozione di coscienza d’accesso tenta di isolare, senza pretendere di spiegare allo stesso tempo la coscienza fenomenica.
Anthropic definisce il J-space a partire da rappresentazioni verbalizzabili. La Jacobian lens identifica, per ciascun token del vocabolario, una direzione interna che misura la disposizione del modello a produrre quel token in contesti successivi. Quando una rappresentazione viene letta come “face”, “danger” o “bug”, ciò significa che essa ha un rapporto causale stabile con la possibile produzione di quelle parole. Da qui è facile passare all’idea che il modello pensi attraverso una sorta di discorso interno. Le modalità di extended thinking sembrano rafforzare questa impressione, poiché introducono sequenze aggiuntive di token che il modello utilizza nel ragionamento prima di formulare la risposta finale. Ma i due fenomeni non coincidono. Il ragionamento esteso costituisce una forma seriale e linguisticamente articolata di elaborazione intermedia; il J-space designa invece un insieme di rappresentazioni interne disponibili alla verbalizzazione e al controllo, che non devono necessariamente essere già costituite da parole. Essere verbalizzabile non significa essere, in origine, linguistico.
Occorre distinguere tra il contenuto di una rappresentazione e il formato nel quale esso è codificato. Una rappresentazione può avere come contenuto un volto senza essere per questo costituita linguisticamente. Su questa base, è utile distinguere tra una rappresentazione verbale, una rappresentazione verbalizzabile e una rappresentazione linguisticamente strutturata. Una rappresentazione effettivamente espressa attraverso parole è verbale. Uno stato interno che può essere tradotto in un’espressione linguistica è verbalizzabile. Resta invece da stabilire se quello stato possieda già, nella propria organizzazione, una struttura linguistica. La Jacobian lens chiarisce la relazione tra una rappresentazione interna e le sue possibili conseguenze linguistiche, ma offre meno informazioni sul formato intrinseco della rappresentazione. “Face” potrebbe indicare che il modello rappresenta un volto in un formato già linguisticamente strutturato; ma potrebbe anche essere soltanto l’etichetta attraverso cui un contenuto codificato in forma più astratta diventa accessibile alla verbalizzazione.
Questa distinzione assume particolare rilievo perché i requisiti adottati da Anthropic non sono tutti linguistici. Il report verbale lo è in modo diretto. La modulazione intenzionale, l’impiego nel ragionamento intermedio, la generalizzazione flessibile e la selettività sono invece proprietà funzionali più generali. In linea di principio, potrebbero essere soddisfatte da rappresentazioni visive, spaziali, motorie o amodali. Gli autori cercano inizialmente le rappresentazioni che soddisfano il requisito della verbalizzabilità e scoprono poi che esse soddisfano anche gli altri requisiti. D’accordo, il risultato è notevole. Il procedimento fornisce evidenza che alcune rappresentazioni verbalizzabili svolgono funzioni da workspace. Non mostra, però, che tutte le rappresentazioni capaci di svolgere quelle funzioni debbano essere verbalizzabili.
La verbalizzabilità è dunque il criterio utilizzato per trovare il workspace, senza essere necessariamente il criterio che lo costituisce. Qui si introduce una comprensibile selezione metodologica. Uno strumento costruito sulle coordinate del vocabolario rende visibile soprattutto la parte dell’attività interna che si lascia allineare con quel vocabolario. Rappresentazioni distribuite, relazioni tra concetti, strutture spaziali o contenuti privi di una traduzione compatta in un singolo token possono sfuggire alla lente. Gli stessi autori riconoscono che il J-space potrebbe cogliere solo una parte della struttura effettiva del workspace.
I risultati offrono anche indizi positivi sulla presenza di un lato non linguistico. Il modello riconosce un volto in un’immagine, inferisce la funzione di una proteina dalla sua sequenza e segnala un possibile “prompt injection”, ossia un’istruzione incorporata nei risultati di una ricerca che tenta di deviare il comportamento del modello. Le fonti informative e i processi che producono queste valutazioni sono molto diversi. Quando il risultato compare nel J-space, tuttavia, la lente lo restituisce mediante concetti associati a parole. Non sappiamo se l’informazione sia entrata nel workspace già trasformata in un formato linguistico oppure se una rappresentazione più astratta venga semplicemente letta attraverso la sua proiezione verso il linguaggio.
L’articolo mostra inoltre che molte operazioni avvengono correttamente fuori dal J-space. Il modello può analizzare la grammatica, elaborare proprietà formali e produrre testo fluente anche quando la componente J-space viene soppressa. La stessa informazione può restare implicita durante un’elaborazione automatica e diventare visibile quando il compito richiede di nominarla, conservarla o impiegarla deliberatamente. Questo suggerisce un’architettura nella quale processi specializzati producono risultati locali; alcuni di essi vengono poi selezionati e ricodificati in un formato condiviso, adatto al controllo, al ragionamento e al report.
Da questo punto di vista, occorre distinguere due questioni: se il modello elabori contenuti non linguistici e se tali contenuti possano accedere alle funzioni proprie del workspace. Alla prima domanda la risposta è certamente positiva. Gran parte dell’elaborazione che sostiene la prestazione del modello non compare nel J-space ed è descritta dagli autori come automatica. La risposta alla seconda domanda resta invece incerta. Possiamo osservare che informazioni provenienti da processi non linguistici diventano globalmente disponibili; non possiamo ancora stabilire se, una volta entrate nel workspace, conservino un formato non linguistico. Confondere questi due livelli porterebbe a due errori opposti: ridurre tutta la cognizione del modello a una sorta di monologo interno oppure attribuire al J-space una multimodalità che gli esperimenti non hanno ancora dimostrato. Andrea Lavazza osserva correttamente, inoltre, che il lavoro fornisce evidenze più solide per la disponibilità globale che per l’automonitoraggio, e invita a non trasformare una somiglianza funzionale in una conferma generale della Global Workspace Theory.
La stessa prudenza va applicata al rapporto tra la nozione di “workspace” e il ruolo del linguaggio. Il J-space potrebbe essere interamente linguistico, potrebbe essere un’interfaccia linguistica verso rappresentazioni amodali, oppure potrebbe essere il luogo in cui risultati non linguistici vengono ricodificati in una lingua franca interna. Gli esperimenti attuali non consentono di scegliere in modo conclusivo tra queste possibilità. Nel caso di un modello linguistico, una forte convergenza verso il linguaggio non sarebbe sorprendente. Produrre token verbali è la sua principale modalità di azione. Rispondere, decidere, spiegare e manifestare un orientamento confluiscono nello stesso canale. Negli esseri umani, invece, l’accesso globale può guidare movimenti, orientamento spaziale, immaginazione visiva ed espressioni corporee senza passare sempre attraverso una descrizione verbale. La forma del workspace potrebbe dipendere dallo spazio delle azioni disponibili al sistema. Un modello capace di generare immagini, controllare un robot o coordinare direttamente percezione e movimento potrebbe sviluppare formati globali differenti da quello identificato dalla Jacobian lens.
Il contributo più rilevante del lavoro di Anthropic forse consiste nel fatto che sembra che i modelli linguistici distinguano tra un vasto insieme di elaborazioni locali e automatiche e un numero limitato di contenuti disponibili al controllo e all’uso trasversale. Il linguaggio sembra offrire una porta privilegiata verso questa disponibilità. Resta aperto se esso costituisca il materiale del workspace o la sua principale interfaccia. Per rispondere occorreranno strumenti capaci di cercare la disponibilità globale senza definirla in partenza attraverso il vocabolario. Solo allora sapremo se il J-space descrive la forma generale dell’accesso artificiale o la forma particolare che l’accesso assume in una macchina costruita soprattutto per parlare.
Riferimenti
Baars, B. J. (1988). A cognitive theory of consciousness. Cambridge University Press.
Dehaene, S., & Naccache, L. (2001). Towards a cognitive neuroscience of consciousness: Basic evidence and a workspace framework. Cognition, 79(1–2), 1–37.
Gurnee, W., Sofroniew, N., Pearce, A., Piotrowski, M., Kauvar, I., Chen, R., Soligo, A., Bogdan, P., Ong, E., Wang, R., Thompson, T. B., Abrahams, D., Kantamneni, S., Ameisen, E., Batson, J., & Lindsey, J. (2026). Verbalizable representations form a global workspace in language models. Transformer Circuits Thread, 6 luglio 2026. https://transformer-circuits.pub/2026/workspace/index.html
Lavazza, A. (2026). J-space e coscienza artificiale: un passo avanti, due rischi di interpretazione. SEPAI. https://www.sepai-international.org/j-space-e-coscienza-artificiale-un-passo-avanti-due-rischi-di-interpretazione/
Manzotti, R. (2026). Coscienza negli LLM? Anche no. SEPAI. https://www.sepai-international.org/coscienza-negli-llm-anche-no/
