Un riflesso condizionato scatta ogni volta che qualcuno pronuncia le parole intelligenza artificiale o entusiasmo ingenuo, da presentazione PowerPoint di consulenza strategica, o panico morale degno di un film distopico anni Novanta. In mezzo, quasi nessuno guarda il fenomeno che sta già ridisegnando il rapporto tra cittadini, Stato e mercato. Non nel futuro, non tra vent’anni. Ora. L’IA non sta solo minacciando posti di lavoro, sta creando una forma di welfare parallelo, silenzioso, non dichiarato. Un reddito di cittadinanza digitale che incassiamo ogni giorno senza fattura, senza bonifico e senza nemmeno chiamarlo per nome.
L’errore di fondo del dibattito pubblico è credere che il valore economico esista solo quando passa da una busta paga o da un conto corrente. È una visione novecentesca, comprensibile, ma ormai tecnicamente falsa. Una quantità crescente di valore viene oggi erogata sotto forma di servizi digitali gratuiti o quasi gratuiti, alimentati da infrastrutture di intelligenza artificiale che lavorano nell’ombra. Chi sa usarli vive meglio, spende meno, impara di più. Chi non li capisce resta convinto che il mondo stia solo peggiorando.
Il concetto di reddito di cittadinanza digitale nasce proprio qui. Non è un assegno, non è una politica pubblica, non è nemmeno un progetto coordinato. È l’effetto collaterale di un modello economico in cui le grandi piattaforme monetizzano dati, attenzione e scala globale offrendo in cambio servizi ad altissimo valore d’uso. Il paradosso è che questo valore è reale, misurabile, spesso superiore a quello di molte misure di welfare tradizionali, ma resta invisibile perché non passa da un ministero.
Per capire come siamo arrivati fin qui conviene fare un passo indietro, a quando Internet veniva chiamata cyberspazio con una certa enfasi letteraria. William Gibson lo immaginava come uno spazio autonomo, John Perry Barlow lo proclamava indipendente dagli Stati e dalle leggi del mondo fisico. Una visione romantica, oggi quasi imbarazzante. Il cyberspazio non è diventato una comune anarchica globale, ma un oligopolio iper-capitalista. Eppure, proprio questo tradimento dell’utopia originaria ha generato una conseguenza inattesa. Per estrarre valore su scala planetaria, le piattaforme hanno dovuto offrire servizi universali, semplici, accessibili, spesso gratuiti. In altre parole, infrastrutture di cittadinanza digitale de facto.
La cittadinanza digitale non è uno slogan da policy maker in cerca di visibilità. È una condizione concreta. Da un lato esiste una cittadinanza digitale locale, quella che eserciti quando accedi ai servizi della pubblica amministrazione, prenoti una visita, firmi un documento con SPID. Dall’altro lato esiste una cittadinanza digitale globale, molto più interessante e molto meno regolata. È quella che eserciti quando segui un corso universitario di una delle migliori istituzioni del mondo senza muoverti dal divano, quando accedi a strumenti finanziari, sanitari, culturali che prescindono completamente dal tuo Stato di appartenenza.
In questa dimensione globale non sei un suddito, sei un utente. Ed è proprio qui che nasce l’ambiguità. L’utente riceve servizi per concessione, il cittadino per diritto. Oggi viviamo in una terra di mezzo. Usiamo strumenti che sono diventati essenziali come l’elettricità o l’acqua, ma senza alcuna garanzia di continuità, qualità o tutela. Gmail, cloud storage, sistemi di pagamento, piattaforme educative. Tutto funziona finché conviene a qualcuno che funzioni.
Se però guardiamo all’effetto economico di questi servizi, il quadro cambia radicalmente. Prendiamo l’istruzione. L’università tradizionale costa sempre di più e vale relativamente sempre meno, perché le competenze si svalutano più in fretta dei titoli. Nel frattempo, esistono migliaia di corsi di livello accademico accessibili gratuitamente. Materiale del MIT, di Stanford, di università europee, piattaforme MOOC, tutor basati su IA capaci di spiegarti un concetto finché non lo capisci davvero, senza guardare l’orologio. Un percorso formativo equivalente a un bootcamp professionale da migliaia di euro può essere replicato con costi marginali prossimi allo zero. Tradotto in termini economici, parliamo di centinaia di euro al mese di valore potenziale per individuo.
La sanità segue una traiettoria simile, anche se più delicata. Il sistema pubblico arranca, quello privato diventa sempre più costoso. Nel frattempo, dispositivi personali monitorano parametri vitali in continuo, algoritmi interpretano dati clinici, piattaforme di telemedicina offrono second opinion rapide. Non sostituiscono un medico, ma riducono drasticamente il costo dell’informazione sanitaria di base e della prevenzione. È un valore reale, soprattutto in un Paese che invecchia come l’Italia.
Poi c’è l’intrattenimento, che è spesso liquidato come superfluo ma assorbe una quota enorme di spesa delle famiglie. Oggi l’accesso a film, serie, musica, eventi digitali ha un costo marginale ridicolo rispetto a vent’anni fa. La cultura, dai libri alle visite museali virtuali, segue la stessa logica. L’accesso non è più il problema, semmai lo è l’attenzione. E anche qui l’IA interviene, filtrando, suggerendo, personalizzando.
Infine i beni di consumo. Comparatori di prezzo, recensioni, sistemi di raccomandazione riducono l’asimmetria informativa che per decenni ha drogato i prezzi. Risparmiare il dieci o quindici per cento su una quota significativa della spesa non è un dettaglio. È reddito disponibile che non passa dalla busta paga.
Mettendo insieme questi elementi, senza forzature, emerge una cifra che si aggira intorno ai seicento euro mensili di valore potenziale. Una cifra comparabile a molte misure di sostegno pubblico. Con una differenza cruciale. Questo reddito non è distribuito, è conquistato. Dipende dalle competenze digitali, dalla consapevolezza, dalla capacità di orientarsi in un ecosistema complesso.
Ed è qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale come moltiplicatore. La stessa tecnologia che automatizza attività lavorative è quella che rende scalabili questi servizi. Senza IA non esisterebbero reti resilienti, filtri antispam, sistemi di sicurezza, traduzioni automatiche, moderazione dei contenuti. Il reddito di cittadinanza digitale è, di fatto, un sottoprodotto dell’automazione.
Questo non significa che il problema del lavoro scompaia. Al contrario. Significa che il sistema si sta biforcando. Da un lato una quota decrescente di popolazione continuerà a ottenere reddito dal lavoro, spesso altamente qualificato e altamente instabile. Dall’altro una quota crescente dipenderà da una combinazione di trasferimenti monetari e accesso a servizi digitali. Ignorare questa dinamica significa arrivare impreparati.
Ci sono rischi evidenti. Il modello freemium regge finché esiste capacità di spesa. La dipendenza da poche multinazionali è un problema geopolitico prima ancora che economico. Il digital divide rischia di trasformarsi in una nuova forma di analfabetismo funzionale. E la questione della privacy resta una bomba a orologeria, perché i servizi più utili sono anche quelli che richiedono più dati.
Ma c’è anche una scelta politica implicita. Possiamo continuare a trattare questo welfare invisibile come un effetto collaterale non regolato, oppure possiamo riconoscerlo, stabilizzare diritti, imporre standard minimi, costruire alternative pubbliche o europee. Riconoscere la cittadinanza digitale come diritto non è un esercizio filosofico, è un atto di realismo economico.
Il punto, scomodo ma inevitabile, è che il valore non è sparito. Ha cambiato forma. E chi continua a misurare il benessere solo in ore lavorate e stipendi rischia di non vedere l’unica rete di sicurezza che sta crescendo davvero. Silenziosa, imperfetta, ma già operativa. Il reddito di cittadinanza digitale non è una promessa. È un fatto. La vera domanda è chi saprà usarlo e chi continuerà a negarne l’esistenza finché non sarà troppo tardi.

Stefano Machera
Stefano Machera, socio Mensa dal 1995, è laureato in Fisica e lavora come manager in uno dei principali gruppi italiani di Information Technology. Appassionato di tecnologia, scienza, economia e politica, scrive articoli di divulgazione scientifica per la rivista online Readaction Magazine. Tra le sue pubblicazioni figurano: Pensare la democrazia nel terzo millennio (Bonanno, 2022, scritto con il sociologo Claudio Bezzi), Come l’Intelligenza Artificiale cambia il mondo (FrancoAngeli, 2023) e Il Paradiso della fisica (FrancoAngeli, 2024).




