di A. Dina (Keynote)
La battuta scelta da António Guterres a Ginevra probabilmente entrerà nel lessico della governance tecnologica: “Non possiamo fare vibe coding del futuro dell’umanità”. Una frase volutamente semplice, quasi provocatoria, che trasforma un termine nato nella cultura degli sviluppatori in una critica politica molto più ampia. Se il vibe coding indica la pratica di lasciare che l’intelligenza artificiale generi codice seguendo istruzioni ad alto livello, con una supervisione umana ridotta, Guterres lo ha utilizzato come metafora di un rischio globale: delegare decisioni fondamentali a sistemi che stiamo ancora imparando a comprendere.
L’occasione è stata l’apertura del primo Global Dialogue on AI Governance a Ginevra, un incontro promosso dalle Nazioni Unite che ha riunito i rappresentanti dei 193 Stati membri per affrontare una questione ormai inevitabile: l’intelligenza artificiale sta avanzando più rapidamente delle istituzioni incaricate di governarne gli effetti. Secondo il Segretario Generale dell’ONU António Guterres, la velocità di sviluppo dell’AI ha superato la capacità persino degli stessi creatori dei sistemi di seguirne tutte le conseguenze economiche, sociali e geopolitiche.
Il punto centrale del discorso non riguarda soltanto la potenza dei modelli generativi, ma il rapporto tra innovazione e responsabilità. L’industria tecnologica ha costruito la propria competitività sulla rapidità: nuovi modelli, nuove architetture, nuove applicazioni vengono rilasciati con cicli sempre più brevi. Le istituzioni internazionali, invece, funzionano attraverso negoziati, verifiche e compromessi tra Paesi con interessi spesso incompatibili. La differenza di velocità crea un vuoto regolatorio nel quale l’AI viene adottata prima ancora che siano definiti standard condivisi.
La metafora del vibe coding colpisce proprio perché descrive una tentazione molto contemporanea: sostituire la comprensione con la fiducia automatica nella tecnologia. Nel software questo approccio può produrre codice imperfetto o vulnerabilità difficili da individuare; applicato alla società, secondo Guterres, rischia di trasformarsi in una delega irresponsabile delle decisioni collettive. Governi, aziende e cittadini non possono limitarsi a osservare l’evoluzione dell’intelligenza artificiale come se fosse un processo inevitabile guidato da forze esterne. La tecnologia non è un fenomeno naturale, ma il risultato di scelte industriali, economiche e politiche.
Durante il vertice, Guterres ha inoltre ribadito la richiesta di un divieto internazionale sulle armi autonome letali, un tema che da anni divide comunità scientifica, organizzazioni umanitarie e governi. L’idea alla base della proposta è impedire che sistemi capaci di identificare, selezionare e colpire obiettivi senza un controllo umano significativo possano essere utilizzati nei conflitti armati. La questione è particolarmente delicata perché l’intelligenza artificiale applicata alla difesa sta diventando un elemento strategico nella competizione militare tra grandi potenze.
Parallelamente, le Nazioni Unite hanno annunciato l’AI Child Safety Pledge, un’iniziativa dedicata alla protezione dei minori nell’ecosistema digitale basato sull’intelligenza artificiale. La crescita dei chatbot, dei sistemi generativi e degli ambienti virtuali introduce nuove opportunità educative, ma anche rischi legati a manipolazione, esposizione a contenuti dannosi, raccolta dei dati personali e dipendenza psicologica. La tutela dei bambini è diventata uno dei terreni sui quali governi e aziende possono trovare maggiore convergenza, anche se trasformare principi generali in strumenti efficaci rimane complesso.
Il secondo appuntamento del dialogo è già previsto a New York nel 2027, segnale che l’ONU considera la governance dell’AI un processo permanente e non un singolo evento diplomatico. Tuttavia, il vero ostacolo sarà trasformare dichiarazioni politiche in meccanismi applicabili. La storia della regolazione tecnologica mostra che i principi arrivano spesso prima degli strumenti operativi, mentre l’innovazione continua a muoversi senza attendere il completamento dei negoziati.
La sfida dell’intelligenza artificiale non è soltanto tecnica, ma istituzionale. Il mondo sta cercando di governare sistemi che apprendono, generano contenuti e prendono decisioni in ambienti dove le responsabilità sono ancora distribuite tra sviluppatori, aziende, utenti e governi. La frase di Guterres funziona perché coglie un problema reale: l’umanità può usare l’AI come strumento oppure può finire per adattarsi passivamente alle logiche dei sistemi che costruisce.
Il futuro dell’intelligenza artificiale non potrà essere scritto con un semplice prompt lasciato a una macchina. Serviranno competenze, regole, controlli e soprattutto una capacità politica adeguata alla velocità del cambiamento. La governance globale dell’AI sarà probabilmente il test più difficile per le istituzioni del XXI secolo: dimostrare di poter guidare una tecnologia prima che sia la tecnologia a definire il perimetro delle decisioni umane.



