Universita Roma tre Atrio Torre C: IA e arte, 4 Dicembre, 11:10 – 12:10 Speaker: Francesco D’Isa (Digital Artist)
Il seguente pensiero è tratto dal post di Francesco D’Isa e riassume la sua visione sulle critiche rivolte alle AI in ambito creativo. Secondo lui, molte di queste critiche partono da presupposti sbagliati. Non significa che le criticità non esistano, ma che spesso chi le solleva manca il punto fondamentale. L’idea che le AI “rubino” ignorando il contesto è errata: il vero problema è il diritto d’autore contemporaneo, concepito per proteggere gli interessi di grandi aziende più che degli artisti. La creatività, storicamente, è sempre stata derivativa. Ogni stile nasce da intrecci di influenze e ogni artista rielabora il passato. Le AI non copiano più di quanto lo abbiano fatto Mozart, Picasso o Shakespeare. L’arte è da sempre un remix, e il diritto d’autore dovrebbe garantire solo una giusta remunerazione per chi contribuisce alla conoscenza collettiva.
L’idea che l’autorialità sia un gesto esclusivamente individuale è moderna e fuorviante. L’autore non è un’entità ontologica, ma una funzione storica e sociale. La creatività è un processo distribuito, che coinvolge strumenti, comunità, ambienti e persone. L’AI non fa eccezione: è uno strumento con una propria agency, che amplifica o limita ciò che è possibile realizzare a seconda di chi la usa. Pensare che basti un prompt per “creare” come un genio solitario è ignorare il mezzo, esattamente come un click non basta a fare fotografia.
Criticare le AI per il loro impatto ambientale è parzialmente giusto, ma spesso segnala un doppio standard. Attività digitali quotidiane, viaggi aerei, streaming o videogiochi consumano energia ben più significativa. Il problema reale riguarda la gestione delle infrastrutture e l’accesso equo alle risorse, non l’uso individuale della tecnologia.
Molti lamentano che le AI producano contenuti mediocri, ma questa non è una novità. La maggior parte dell’arte umana è sempre stata mediocre, e le rivoluzioni tecnologiche hanno sempre generato ondate di opere dozzinali prima che emergessero capolavori. L’AI accelera un processo già esistente: moltiplica la produzione, ma tra la massa di contenuti spuntano nuove forme e linguaggi.
L’idea che senza mani non ci sia arte è semplicemente falsa. Fotografia, musica elettronica, cinema, architettura e videoarte dimostrano che strumenti e media sono parte integrante della creazione. L’AI, come qualsiasi strumento, richiede competenze, strategia e sensibilità per produrre opere interessanti, non solo immagini di superficie.
Criticare le AI perché “capitaliste” è coerente, ma riduttivo. Tutti gli strumenti tecnologici sono figli del capitalismo. Il nodo vero è democratizzare l’accesso: modelli open source, GPU condivise, dataset trasparenti e licenze cooperative permettono di trasformare la tecnologia da monopolio a bene comune.
Il timore che l’AI rubi posti di lavoro è più un problema sociale che tecnologico. La responsabilità non è della macchina, ma di un contesto iniquo che concentra benefici e scarica rischi sui lavoratori. Una tecnologia che migliora il lavoro dovrebbe aumentare il benessere collettivo.
L’AI non è il nemico. Serve a riflettere sui doppi standard della critica: “inquinano” come altre attività quotidiane, “sono capitaliste” come qualsiasi tecnologia, “producono spazzatura” come l’arte da secoli. I problemi esistono, ma risiedono alla radice, nelle strutture economiche, sociali e politiche, non nell’ultimo algoritmo arrivato. La sfida è governare la tecnologia con trasparenza, responsabilità e visione creativa, senza farsi abbagliare dal panico mediatico o dall’illusione della purezza etica.

