– di Paola Furlan
Dai neuroni usati nei data center di Singapore alle fabbriche coreane: la stessa tecnologia che rende l’uomo cyborg da centomila anni oggi cattura parola, sapere, gesto, cellule e sinapsi, e li trasferisce tutti nell’asset di chi possiede le macchine. Fermare la tecnologia o appropriarsi del valore che genera?
A Singapore si sono accesi i primi data center che collegano neuroni umani coltivati in provetta direttamente al silicio: servono a insegnare ai chip l’efficienza energetica e la plasticità del cervello biologico.
Negli Stati Uniti, DoorDash remunera i propri driver per filmare e tracciare ogni singolo gesto della propria routine domestica e lavorativa: la dimostrazione pratica di come l’addestramento della robotica punti a trasformare il sapere tacito del lavoratore in un asset di diretta proprietà aziendale.
In Corea del Sud, quarantamila operai della Hyundai sono scesi in sciopero contro l’ingresso dei robot umanoidi nelle fabbriche, ponendo come unica condizione un bonus pari al 30% dei profitti netti aziendali, in modo da partecipare alla ricchezza generata dall’automazione.
Tre notizie che, messe una in fila all’altra, mostrano un percorso: dopo essersi nutrita di conoscenza astratta per addestrare i modelli linguistici, l’intelligenza artificiale ora si sposta sul corpo e sul gesto (in quello che Jensen Huang di Nvidia ha definito “il momento ChatGPT della robotica”). Si studia la biologia per costruire hardware migliore, si registra il gesto per insegnarlo ai robot, si converte l’esperienza di chi lavora in un asset aziendale prima di licenziarlo.
La fabbrica fordista disciplinava il gesto del lavoratore, ma solo lì, dentro quel capannone, con quegli operai. L’Embodied AI invece prende lo stesso gesto, lo separa dal corpo che l’ha prodotto e lo copia su ogni robot: un solo gesto, filmato una volta, copiato su ogni robot e dispiegato in ogni fabbrica del mondo. Per sempre, e gratis.
Tecnica
Di fronte a questa evoluzione, ci dividiamo quasi per riflesso condizionato tra l’angoscia di perdere ciò che ci rende unici e il rifiuto ideologico della macchina. Una posizione fragile e priva di memoria storica.
Le analisi antropologiche di André Leroi-Gourhan e Bernard Stiegler hanno chiarito da tempo come l’essere umano sia un ente costitutivamente tecnico: l’esteriorizzazione del gesto e della memoria attraverso l’utensile definisce la nostra specie fin dalle origini.
Ma essere fatti per usare strumenti è una cosa, che il valore di quegli strumenti finisca sempre nelle stesse tasche è un’altra. Qui filosofia della tecnica ed economia si toccano. La tecnologia di oggi però non si limita a prolungare il corpo umano, gli estrae il sapere tacito e la coordinazione motoria, li codifica, e li trasferisce direttamente nell’asset dell’impresa.
L’estensione biologica è nostra da sempre, l’appropriazione privata del gesto no. Chi decide la direzione della tecnologia e chi intasca il valore che genera resta scelta di potere, non legge di natura (Daron Acemoglu e Simon Johnson).
Riproducibilità
Anche i robot hanno fame di dati, esattamente come i modelli linguistici. Ma il loro collo di bottiglia non sono i testi, è il mondo reale: un robot impara a muoversi solo se qualcuno prima filma un corpo umano in azione e trasforma quelle immagini in numeri leggibili da una macchina. A produrli sono lavoratori sparsi per il mondo, pagati a tariffa fissa: ghost work lo chiamavano Gray e Suri, quando il lavoro nascosto dietro l’AI stava ancora tutto dentro uno schermo. Ora si compra come quel corpo si muove. Il lavoratore migliora il robot che lo sostituirà. Ogni giorno, un po’ di più.
Le aziende usano la sorveglianza sui luoghi di lavoro per estrarre il sapere tacito dei dipendenti, gesto per gesto, e trasformarlo in un asset dell’impresa. Lo studio di Zoë Cullen, Danielle Li e Shengwu Li (Labor as Capital: AI and the Ownership of Expertise) conferma la logica difensiva che ne consegue: mostrando come i lavoratori, sapendo che la sorveglianza alimenta i modelli capaci di replicare la loro competenza, trattengono razionalmente parte di quel sapere. Nel lavoro d’ufficio si può scegliere cosa condividere: il gesto fisico invece si mostra per intero ogni volta che si compie, e la sua ripresa cattura la competenza insieme al movimento. Quel gesto, una volta registrato, diventa quella che gli economisti chiamano l’outside option dell’azienda: l’alternativa a te. Prima quell’alternativa costava carissima, oggi costa un abbonamento a un robot già addestrato sui movimenti di quello vecchio. Ma anche nei casi in cui costa di più, il processo non si ferma, perché un’azienda che licenzia a favore dell’AI manda comunque il segnale giusto agli investitori, indipendentemente dai conti reali. Che l’alternativa al lavoratore costi poco o molto, il suo potere contrattuale crolla (quella che David Autor chiama svalutazione sistematica della competenza).
Ecco perché la privacy non basta: protegge il dato, non il corpo che lo ha generato. Per questo, sul tavolo della contrattazione, i dati (gesti, movimenti, sapere) vanno trattati come proprietà collettiva.
In Giappone, robot e telecamere intendono salvare il monozukuri, la tradizione artigianale stritolata dal collasso demografico, copiando l’esperienza degli operai anziani prima che vadano in pensione. Ma anche in questa variante dal sapore virtuoso, il sapere passa dal corpo del lavoratore al bilancio dell’azienda.
Buona parte del dibattito sui dati biometrici sul lavoro combatte oggi contro l’archiviazione in sé, contro l’idea stessa di filmare e digitalizzare un gesto umano. È una battaglia persa in partenza: fermare la tecnica sarebbe come chiedere all’uomo di smettere di essere ciò che è da centomila anni. Il problema politico è un altro: la proprietà dell’asset che ne deriva.
Inalienabilità
Le mobilitazioni industriali di questo periodo riportano la discussione su basi materialistiche: dallo sciopero dei metalmeccanici coreani alla Hyundai fino alle prese di posizione del sindacato UAW negli stabilimenti americani di General Motors, la risposta ha lasciato da parte il rifiuto luddista, per concentrarsi sulla partecipazione ai profitti aziendali e sulla tutela dell’occupazione di fronte all’ingresso degli umanoidi.
Sono ancora battaglie isolate, uno stabilimento alla volta. Ma chiedono tutte la stessa cosa: non fermare la tecnologia, bensì decidere chi si tiene quello che produce.
Gli strumenti per farlo esistono già. Primo: patti di non licenziamento, la produttività del robot si trasforma in meno ore di lavoro, non in meno persone. Secondo: azionariato dei lavoratori, se il modello impara dal tuo gesto, un pezzo di quel modello è anche tuo. Terzo: una tassa sulle aziende che automatizzano, pagata da chi licenzia, quella che vediamo nascere proprio in queste settimane.
In agosto, a pochi giorni di distanza, due proposte di legge tentano di spostare il dibattito sul piano materiale.
La Corea del Sud, con il disegno di legge sull’AI Transition Basic Society Law, vuole applicare una tassa alle aziende che tagliano l’organico a causa dell’automazione. Non tassa il robot (definirlo per legge è quasi impossibile, un’azienda furba lo chiama in un altro modo e la tassa sparisce); non tassa il fornitore (ha sede altrove, e la tassa non lo raggiunge mai). Tassa l’unica cosa che non si può nascondere, i posti di lavoro perduti.
Negli Stati Uniti, l’AI Tax and Work Protection Act prende la strada opposta, e può farlo perché qui il fornitore ha sede in casa. Tassa direttamente le grandi aziende AI, sull’uso dei token e sulla potenza di calcolo che consumano, per finanziare un fondo pubblico per chi perde il lavoro.
Questo è il perimetro del dibattito oggi: la vertenza Hyundai, le aperture tattiche di OpenAI e Anthropic, i fondi sovrani per l’AI proposti in Occidente.
La tecnologia non si ferma. Non si è mai fermata, da quando esistiamo come specie. Invece che resistenza alle macchine, la partita da giocare riguarda l’infrastruttura del potere e la proprietà del capitale tecnologico: stabilire chi detiene il controllo dell’automazione e a chi vanno i guadagni di produttività che ne derivano.
L’estrazione di biologia, gesti e conoscenza deve consolidare una rendita privata mai vista prima, o siamo capaci di pretendere che quel valore torni alla collettività? Dobbiamo deciderlo in fretta.

